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C’è un’età, all’incirca sui 12/13 anni ma anche 14 in cui si possono dire cose molto stupide. Ma siamo giustificati, siamo in crescita e in un limbo assurdo tra fanciullezza e vita, comincia a prendere sembianze adulte, cominciano a  susseguirsi esperienze che da sempre abbiamo visto con gli occhi di bambini ansiosi di crescere. Poi ci completiamo e forse non è di questo che volevo parlare.

Questo post non sa dove vuole andare, è partito perché doveva partire con un album dei nirvana posto in riproduzione casuale e riproduzione casule vale anche per le mie idee. Vediamo, non penso che un post, ogni post, ogni idea debba seguire un percorso, o meglio, gli schemi mi stancano parecchio e mi fanno abbandonare la nave ancor prima di salirci. Mi piace l’inizio di ogni cosa, la fase entusiasmante, non mi piace lavorarci sulle cose, e per me lo sforzo mentale è un ostacolo duro da superare in quasi tutto ciò che faccio.

Detto ciò, una cosa che so, per certo, è che sono poco adatto al contesto in cui mi trovo oggi. Non so perché la vedo così ma ogni giorno mi giro intorno alla ricerca di qualcosa che possa calzare a pennello per me, ma non ho idea di cosa possa calzare in questo ibrido di persona che sono io.

Tendo a parlare al personale ogni volta, ho paura che i pochi lettori, casuali o meno, che mi leggano intravedano presunzione in ciò che dico. Così non va.

Si finisce sempre per non dire mai niente. Se ogni volta devo stare a pensare ad avere fonti e cose certe, conclamate per le mani non si affitta mai, non si dice mai ciò che si sente. Più che altro bisogna stare attenti a generalizzare ma quel che noto, che osservo è che, per quanto uno si possa sentire fuori da ogni contesto, da ogni comprensione, empatia possibile, questa è una grossa, immane stronzata. La nostra, o meglio la mia, ma sì anche la nostra va bene, è paura, paura di dire le cose, paura di esporci, di andare fuori dal coro, di essere giudicati. Essere giudicati fa paura ad ognuno di noi. È o forse no un grosso freno alle nostre azioni? Il principale direi. Il freno morale. Cos’è che impedisce ad ognuno di noi di dar vita alle proprie perversioni? A quanti di noi non è mai capitato di fare pensieri poco edificanti, di cui vergognarsi e di cui rimproverarci noi stessi solo per averli concepiti? Tante volte. Per lo meno a me. Attenzione quella è una delle cose più magiche che secoli di storia e evoluzione hanno portato alla nostra società. Un freno morale, costante e invincibile che ci tiene alla lontana dalle cose più “strane”, meno accettate dal comune giudizio. È forse una sorta di tirannide della maggioranza? Beh direi di sì. Non sono cose che dico io, attenzione. Sono nozioni universitarie che ritengo vere, con l’osservazione. E sono consapevole di non esprimermi un granché chiaramente.

Quel che voglio dire è comunque che c’è un livellamento, agisce un livellamento, un’autocensura verso tutto ciò che appare ai nostri occhi moralmente pericoloso per la società. Antidoti alle influenze amorali che albergano in ognuno di noi, in quanto esseri umani.

Siamo esseri umani civilizzati(anche se a giudicare da come i romani parcheggiano le loro vetture non si direbbe) e abbiamo un complesso patrimonio genetico/morale all’interno di noi stessi dalla nascita. Il bagaglio morale culturale della storia. Siamo il risultato di secoli di storia. Il nostro bagaglio è il bagaglio del XXI secolo e della società occidentale. Fossimo nati nel Medioevo avremmo avuto un bagaglio diverso e tante cose oggi amorali, che provocano sdegno e intima vergogna al giorno d’oggi ci sarebbero parse normali. Eppure saremmo stati esseri umani comunque. Oggi siamo cittadini di questo posto, in questa epoca, in questo contesto, con questa cultura. E la parte di noi autoctona che scalcia e si dimena viene per forza di cose sottomessa ai valori contemporanei.

Cose come incesto, il concetto della schiavitù, della prostituzione infantile, della trucida violenza, la legge del taglione, la tortura, il matrimonio di casata sono cose verso le quali ci rivoltiamo con sdegno anzi di più, che non sappiamo concepire. Ci sono state epoche in cui tutto ciò ci sarebbe apparso normale.

Ad ogni modo. Questo è probabilmente qualcosa di estremamente positivo. Voglio dire è l’evoluzione, ciò per cui prima di noi gente altissima ha combattuto, è morta, ha lasciato i suoi beni più cari. Ogni volta che qualcuno è morto per la gloria, l’onore, la dignità, la civiltà ha apposto il suo tassello per costruire un movimento sempre più glorioso e sublime fino alla libertà.

Ma questi sono gli ideali altissimi di cui oggi disponiamo con grande fortuna e con poca gratitudine. Molti della mia generazione ignorano che fino a che siamo stati niente più che bambini il mondo continuava ad essere invischiato in una immane guerra. La guerra fredda.

Non parlo di queste idee. Io parlo invece dell’ipocrisia, dell’indignazione bacchettona, dei limiti morali entro cui ci si trova oggi. Io parlo della goffa abitudine di comportarci tutti all’interno di certe categorie di comportamenti. Io penso alle regole di comunicazione. Io penso ai formalismi. Io penso alla sincerità. Penso a quello che non si dice perché oggi dire qualsiasi cosa è indice di cattivo gusto. Penso all’odio per il politically correct. C’è qualcosa che mostri con più evidenza di quanto non lo faccia la pratica del politically correct gli effetti della tirannide della maggioranza?

Non si può parlare di razze, di religione, di sesso, di politica. Non se ne può quasi mai parlare per quanto abbiamo confinato questi argomenti in cave profondissime chiamate tabù.  Anni di storia ci hanno insegnato che forse è meglio non parlare proprio di certi argomenti. Non è forse una sconfitta? E capisco che la società abbia difficoltà ad affrontare tutto ciò nei giornali e nelle voci del sistema odierno. Ma perché noi dobbiamo fare lo stesso? Perché noi non possiamo parlare presumendo, per una volta, che non si parta da nessun pregiudizio? Quel che voglio dire è che all’altare dell’equilibrio sociale è stata sacrificata l’autonomia intellettuale più assoluta. Uscire fuori da certi campi morali oggi è qualcosa di estremamente complesso, richiede uno sforzo mentale molto grande. Andare contro tutto ciò che ci circonda, osservarlo da un altro punto di vista. Penso che questo mondo sia accessibile a veramente poche persone, i cosiddetti “intellettuali”. Siamo davvero liberi di pensare tutto ciò che è pensabile? Personalmente, sono convinto di no.

Un tempo, agli inizi del XIX secolo un gigante della storia, Tocqueville, scrisse che uno dei suoi maggiori timori riguardanti la democrazia fosse proprio questo. Nei tempi in cui la società era troncata in aristocrazia, borghesia e terzo stato i studiosi erano aristocratici e, in quanto privilegiati, dedicavano la loro vita allo studio. Il fermento e l’ambito del loro pensiero/studio esulava da limiti morali, li aggrediva, li discuteva. L’aristocrazia era altra cosa rispetto al popolo che non deteneva alcun potere. Nell’osservare la nascita del sistema democratico americano Tocqueville osservò che uno dei maggiori timori per la futura società democratica era che la tirannia della maggioranza avrebbe messo fuori discussione, destituito tutti quegli argomenti che non avrebbero trovato il favore della maggioranza, ormai detentrice del potere.

Ad oggi mi pare che questo sia avvenuto. Ciò di cui la società non parla, ciò che la società non accetta , tutto ciò non viene nemmeno messo in discussione. Delle volte crediamo in cose che, a pensarci bene, non si conoscono nemmeno. L’onestà, l’onore, la dignità, la fedeltà, i precetti morali. È tutto già scritto, è tutto posto al di fuori di ogni conversazione, discussione? Le razze, Dio, la religione, il sesso.È  tutto stabilito,già pronto per essere accettato?

Non penso che questo sia il dovere di ogni individuo. Penso che ognuno debba, come personale percorso di arricchimento interiore, domandarsi su tutto ciò che ci circonda e guida i nostri comportamenti. E capire se ogni cosa che facciamo, pensiamo, deriva veramente da ciò che è la nostra volontà o se lo si fa,pensa perché è così che la società ci insegna, ci impone dolcemente.

Chissà. Possiamo parlarne, ammesso che il mio pensiero sia sufficientemente chiaro.

A presto,

IPostmoderni

ps: cfr https://ipostmoderni.wordpress.com/2011/03/24/its-your-agenda-not-mine/

 

 

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