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A volte accade che un’intuizione si materializza nella mia testa in modo rapace: repentina e fulminante.

Pensandoci bene mi rendo conto che il processo dell’intuizione funziona come quando scarichiamo un programma sul computer. Le informazioni si accumulano verso una direzione, è come se l’intuizione fosse al termine di quella barra verde. Quando tutti i dati sono stati caricati il prodotto finale è questa spia che si accende nella testa e che mi dona un’idea, un nuovo stato d’idea, che rimane lì a lungo finché una nuova intuizione mi colpisca di nuovo sullo stesso tema portandomi ad aggiornare le mie posizioni.

L’idea, in effetti, per quel che mi riguarda non è mai definitiva. L’idea è fluida. Ci sono stati di idee a cui si giunge ogni volta pensando. C’è troppa vita intorno a noi per pensare che un’idea, intesa come opinione, visione, possa rimanere immutata per sempre.

E questa abitudine a pensare costantemente rende le mie idee particolarmente mutevoli. E’ una cosa splendida. Perché la realtà, ho capito, non è mai semplice. Tutto ciò che è intorno a noi, in primis gli atteggiamenti che ci possono più o meno piacere delle persone, è costituito da un mondo complesso.

Accettare la complessità delle cose porta a grandi vantaggi.

Ad esempio possiamo prendere in considerazione una persona molto maleducata con cui dobbiamo avere a che fare per necessità (ufficio postale, banca, negozio).

La sua maleducazione può portarci a pensare cose negative di questa persona. O peggio ancora farci mutare il nostro comportamento, adattandoci alla sua bruschezza. Personalmente credo che questo porti a poco di buono. Credo che se si sta bene con se stessi, se si crede saldamente nei propri principi, non ci sia bisogno alcuno per prestarsi alla maleducazione, vizio orribile, per via di un maleducato.

Credo che sorridere e semplicemente rimanere se stessi sia un gesto di grande maturità. Credo che cercare di immedesimarmi nella persona che abbiamo di fronte, pensando che magari ha avuto una giornata storta o che semplicemente prima di servire noi ha ricevuto una chiamata in cui lo si informava del non funzionamento recidivo dell’impianto dell’aria condizionata a casa sua e che ripararlo, in quanto ormai scaduta la garanzia, costerà molti soldi che in questo momento magari non ha per via di una forte crisi che attanaglia il suo negozio, magari per via di un competitor che ha da poco aperto i battenti proprio all’altro lato della strada.

Dicevo.

L’idea è un concetto fluido e accettarla per questo suo grado di parzialità, accettando di mutarla e di esplorarla, credo sia un segreto importante per guardare il mondo.

Tutta questa introduzione (a proposito mi rendo conto del mio essere prolisso in modo esagerato, soprattutto quando scrivo, e me ne scuso) mi serve semplicemente per esprimere un’intuizione che mi si è materializzata in testa durante l’ultimo mese speso in Italia.

Non tornavo da 15 mesi, durante i quali ho vissuto negli Stati Uniti, e, all’improvviso mi sono reso conto da cosa deriva principalmente il mio grosso sentore di insofferenza e repulsione che matura in me quando mi trovo nel mio paese.

Lo scontro. Perpetuo, maleducato, sgradevole, onnipresente.

Negli Stati Uniti si ha un’idea dell’Italia pittoresca per lo più. L’Italia: vino, relax, stile di vita meraviglioso.

E’ stato parecchio difficile spiegare agli americani che questa visione non risponde alla realtà, che in realtà è uno stereotipo a cui piace loro aggrapparsi.

Tornare in Italia dopo il lungo periodo mi ha reso piuttosto evidente ai miei occhi il grado di scontro quotidiano che si insinua nella nostra società piuttosto.

Andare alla posta dove ti viene fatto un sermone o magari semplicemente un rimprovero sgradevole se si prende un bigliettino per una fila sbagliata. Per strada, dove vige la regola della prepotenza e dove il clacson si sgola senza ritegno. Tra persone, quando esporre un’idea, magari particolare, coincide col dover aver a che fare con detrattori di ogni genere che magari avvertono il semplice gusto di darti contro per sport.

Con non conoscenti che mostrano sempre molto spirito malfidato, che non rispondono mai a sorrisi spontanei, che non sanno come rispondere ad una persona che magari prova a fare due chiacchiere con loro.

Ho notato la poca propensione a vivere bene, ho letto l’atteggiamento malfidato negli occhi di molti. Ho letto gelosie, forti gelosie verso chi non ha paura di mostrare la propria personalità. Ho notato una lotta a buttar giù chi qualcosa di buono la sa fare. Una lotta a denigrare.

Ho meravigliosi amici. Conosco gente meravigliosa. Chiaramente non mi riferisco a loro. Chiaramente mi riferisco ad un atteggiamento generale. Un atteggiamento distruttivo, un atteggiamento che sa imbarazzare, una tendenza ad uniformare.

In particolare faccio riferimento alla città di Roma, più vicina a me geograficamente, affettivamente nonché a livello familiare.

Ma anche girando per l’Italia, nell’ultimo mese, ho notato atteggiamenti scorbutici ovunque. Forse Venezia in questo contesto non fa testo in quanto piccola, altezzosa perla turistica praticamente unicamente popolata dal turismo di ogni genere, che può portare ad un grado anche maggiore di maleducazione.

Ma anche girovagando per la Toscana, ho trovato ristoratori musoni, camerieri ignoranti e poca disponibilità diffusa.

Ora, mi rendo conto di poter sembrare un bacchettone. Ma, mi chiedo anche perché tutto questa attitudine allo scontro mi sia venuta in mente dopo questi 15 mesi passati all’estero.

Beh, semplice. Negli Stati Uniti c’è uno spirito di cordialità molto più diffuso. Provate ad entrare in un qualsiasi bar, ristorante e vedrete con quanti sorrisi verrete accolti. Provate a fare una richiesta ad un cameriere in un ristorante e vedrete come si prodigherà per servirvi. Fate la fila per un ufficio qualsiasi, un servizio pubblico o privato qualsiasi (posta, banca, documenti vari) e vedrete la differenza con i nostri depressi operatori (ove la depressione chiaramente deriva oltre che da una predisposizione personale a volte anche dai ritmi di lavoro stressanti, dalla totale disorganizzazione, dalla totale maleducazione dei clienti a loro volta e dalla assoluta mancanza di gratitudine nello svolgere il proprio lavoro).

Fate un giro per strada e provate a sorridere a qualcuno.

Certo, c’è anche da dire che dietro atteggiamenti molto cordiali e sorridenti, spesso si nasconde un’impostazione quasi plastica, non autentica, tipica della società americana.

Tutti si sforzano a non urtare, ad apparire cordiali ed amichevoli, poi magari però c’è scarsa attitudine ad approfondire il rapporto.

Il punto è pero che si vive meglio quando si entra in un negozio e si viene salutati e magari accolti con un sorriso. Si guida la macchina e non ci sono battaglioni di suv inferociti, motorini, smartine, cinquecentini a suonare la settima sinfonia di Beethoven coi clacson. Si entra a lavoro e non scorgi negatività quanto sorrisi e una accoglienza positiva. Quando si impiegano 10 minuti per ottenere un documento ad un ufficio pubblico. Quando tornando a casa, con le mani occupate dalle buste della spesa, provi ad aprire il portone del tuo condominio e una ragazza si ferma, ti apre la porta, ti lascia entrare e ti sorride meravigliosamente.

Siamo o non siamo un paese fondato su stress, scontro e gelosia?

Io credo di sì. E credo abbia molto a che fare con le moltissime mancanze con cui quotidianamente abbiamo a che fare semplicemente vivendo la nostra vita.

Quando effettuare una ricarica della posta pay impiega 2 ore di fila e magari il muso incazzato di un impiegato della posta, come si fa ad uscire dall’ufficio col sorriso sulla faccia e fare magari buon viso a qualche stronzo che ci taglia la strada o che non ci dà la precedenza.

Certo, mi rendo conto di aver basato l’introduzione di questo post su concetti di comprensione verso il prossimo. Credo che proprio questo tipo di comprensione in effetti mi abbia portato a realizzare quest’intuizione verso la nostra cultura. Cercando di immedesimarmi nell’incazzatura degli altri mi sono ritrovato a constatare quanto vasta la gamma di motivi potrebbe essere.

Ciò non vuol dire che rimangio quel che scrivo all’inizio: bisogna comunque sempre cercare di capire persona dopo persona le motivazioni di certi atteggiamenti e soprattutto non cedere alla maleducazione, mai. Fare questo sforzo però non vuol dire automaticamente vivere bene, ma vivere meglio.

Per me civiltà è un concetto che parte dal grado di scontro presente nella società.

Per me è diventato difficile vivere in Italia.

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Quest’oggi, secondo appuntamento con la rubrica IPostInternazionali, ho optato per un articolo più leggero rispetto al battesimo di fuoco di due Mercoledì fa.

Il post nasce dal clima che, inevitabilmente, tutti stiamo respirando in questi giorni: è un clima che come ho descritto nel post di ieri 26 Febbraio sembra avvolgerci in un vociare indistinto, senza accomunarci ma invece ponendoci uno di fronte l’altro pronti a dichiarare, spiegare, difendere le origini e i ragionamenti relativi al nostro voto.

La politica in Italia assume tanto le sembianze di sport nazionale. Intendiamoci, personalmente ritengo sia un gran bene che le persone abbiano un’idea sulla politica. Il punto è che temo che da noi si tenda ad avere un’idea più che sulla politica, sulla fotocopia sbiadita, unta di essa. I discorsi che ci avvolgono come nubi inquinanti questi giorni raramente si incentrano su contenuti, sovente si attorcigliano intorno steccati ideologici, perle di qualunquismo, scoperte di immondi e universali complotti.

Questo articolo di Internazionale che oggi propongo vuole riproporre invece il “contenuto” al centro di un più alto e nobile dibattito politico. E vuole dare un avvertimento: è facile dire cosa bisogna fare o criticare a posteriori, meno lo è prendere le decisioni nel momento in cui è richiesto. Ad un leader politico questo è ciò che è richiesto e il compito risulta senza dubbio essere tra i più complicati al mondo.

Le scelte di un leader.

Obama è un leader molto amato in Italia. Del leader democratico si apprezzano la carica emozionale, il carisma, la visione (per lo meno programmatica) del mondo e certo fascino tutto americano che subiamo vivendo in un sistema di valori imperniato sul modello di crescita statunitense.

Negli Stati Uniti Obama svolge però il ruolo del leader politico e non può contare sullo stesso appoggio romantico che suscita in Europa. Gli americani si distinguono per una cultura molto diversa dalla nostra e manifestano un approccio alla politica lontano anni luce dal nostro.

Il concetto di Stato mantiene storicamente una valenza di struttura invisibile quanto più possibile che garantisca ai cittadini americani di poter vivere liberamente e senza impedimenti le loro proprie iniziative economiche e sociali. Il cittadino americano è insofferente verso un concetto troppo pervasivo di Stato, disdegna un modello centralizzato e ama l’indipendenza, l’autonomia.

Nell’articolo del New York Times si descrive la difficoltà di Obama verso una decisione di grande impatto per la politica energetica statunitense. Il governo canadese, guidato dal conservatore Harper, spinge fortemente per la costruzione di un oleodotto che dalla ricca regione del Canada dell’Alberta, area di ingenti giacimenti petroliferi, attraversi tutti gli Stati Uniti fino alle raffinerie dell’area di Houston (Texas) e Golfo del Messico. L’oleodotto permetterebbe, con la fornitura agli Stati Uniti di oltre 700mila barili di gregge al giorno,  da una parte di alimentare in Canada l’industria petrolifera, motore del paese, dall’altra agli Stati Uniti di ridurre sensibilmente la dipendenza energetica verso i paesi instabili del Medio Oriente e i governi inaffidabili come quello venezuelano.

In questa scelta Obama ha però da misurarsi con l’importante fetta di elettorato di matrice ecologica che lo ha supportato nella sua recente elezione. I passi in avanti dell’amministrazione Obama verso la tutela dell’ambiente ( ad esempio l’invito alle case automobilistiche a produrre auto più efficienti) verrebbero azzerati, delusi da una eventuale decisione favorevole all’oledotto. Gli ambientalisti in particolare criticano il processo fortemente inquinante tramite cui verrebbe estratto il petrolio ( attraverso sabbie bituminose) oltre che il percorso dell’oleodotto il quale attraverserebbe il territorio americano col rischio di alterare gli equilibri naturali.

Di fatto Obama si trova nel bel mezzo di un dilemma strategico di difficile soluzione, con poche vie d’uscita. Da una parte rischierebbe di logorare i rapporti con un partner come il Canada che ad oggi rappresenta il suo maggior referente commerciale, nonché di perdere l’occasione di muovere un fondamentale passo avanti verso una più sicura e efficiente fornitura energetica. Dall’altra corre il rischio di andare contro la sua preoccupazione più volte dichiarata nei confronti dei cambiamenti climatici, il suo intento di attuare politiche ambientali più rigorose nonché di perdere e deludere una sensibile fetta di elettorato che lo ha sostenuto per la sua sensibilità verso l’ambiente.

L’oleodotto Keystone rappresenta dunque un esempio lampante di politica reale, di politica dei contenuti. Decisioni come queste sono quelle per cui andiamo a votare dei leader, esponenti politici. La politica “vera” è fatta da tutta una serie di fondamentali scelte che molti di noi non abbiamo i mezzi per capire, giudicare. L’immagine che la politica sia solo cialtroneria, che la politica abbia solo da dimostrare il peggio di un paese è un’idea distorta seppur implacabile che ottenebra parecchie menti.

Fare politica è materia ardua, materia audace. Scegliere per il bene di milioni di persone è il ruolo più importante, responsabile e onorevole che possa esistere nella nostra società.

Per questo spesso sento di avvertire oppressione e incomprensione per tanti discorsi che con convinzione assoluta vengono pronunciati praticamente da tutte le persone che ci sono intorno. Solo capendo, entrando nel merito del significato di politica potremo renderci conto di quanto siamo inadeguati rispetto ad essa e forse cominceremo ad ascoltare delle proposte concrete per migliorare la nostra vita. Che è poi il significato più alto e ideale che si nasconde dietro il concetto di democrazia.

IPostmoderni

Aggiornamento 

Shock Postmoderno! Alienazione totale!  Distacco eretico!

AH !

Mah, vi devo dire, postmodernisticamente, che non c’è proprio niente di cui aggiornare. Il fatto è che ne esci fuori e non ha più importanza, tutto ad un tratto. Esce questa componente dalla tua vita e finisce.

Nessun interesse né tentazione. Forse perché il mio procedimento di distacco era ormai cominciato da mesi. Togliere foto, informazioni, perennemente offline in chat, sempre più rari status. Al punto che, il passo più coerente e probabile era la cancellazione.

E chiudo così, senza nessun trauma, altrochè, un paradosso del postmodernismo.

Beh si forse scrivo di più, ascolto più musica e internet è meno frenetico. Rispetto ai miei pro i contro erano diventati troppi e insostenibili.

Alaska- Christopher McCandless

Piccolo pensiero per chi è stato agli antidopi del postmodernismo: Christopher McCandless, alias Supertramp.

Troppo piccolo per giudicare una filosofia così estrema e dispendiosa. Troppo piccolo e legato a tante cose per giudicare un percorso tanto idealista. Voglio però dirti che il sorriso di quella tua famosa foto, vicino al bus, non è parte di questo mondo.

Alienato dall’amore, dalla condivisione, chiuso in un pensiero che non aveva più di che nutrirsi. Togliere al pensiero il suo motore più importante, la “società”, come nel film si ripete varie volte con tono dispregiativo, è un peccato e una finzione.

E come si può essere felici dopo aver appena raggiunto lo scopo del viaggio, capire qualcosa, capire che in fondo, la felicità è veramente apprezzabile solo se condivisa e non poterla veramente e con rinnovato spirito condividerla?

Come fare a capire tutto questo e perdere la vita per fame, lentamente?

Lentamente sei morto, paradossalmente come dice quella “poesia” che indica nella routine e nel conformismo le cause della morte interiore di ognuno. Sei sfuggito a questo e l’hai fatto senza risparmiarti effetti speciali.Ma sei morto solo, con la tua verità impraticabile, ormai.

E non riesco a togliermi un velo di tristezza e compassione a vedere quella foto di te, sorridente, terribilmente solo.

Rispetto.

IPostmoderni

Come mai l’Intelligence Americana non ha comunicato a quella pakistana l’immediata esecuzione del blitz?

Come faceva Bin Laden a vivere tranquillamente a pochi km dal centro di alta specializzazione militare Pakistano?

Come poteva essere ignota alla polizia l’identità di chi vivesse nella estesa e circondata da telecamere dimora di Bin Laden?

Il Pakistan è complice, ha nascosto Bin Laden nelle sue terre permettendo la proliferazione delle sue attività criminali.

Bin Laden era una potenza sovrastatale. Il capo di un fronte internazionale fondamelista islamico: Al Qai’da. Aveva appoggi e commistioni con governi e forti poteri. Il Pakistan l’ha coperto, come già fatto durante l’invasione Russa dell’Afghanistan a cavallo degli anni 70/80.

Le masse in piazza a sostegno di Bin Laden come il forte pericolo di rappresaglie dimostrano che Bin Laden non era un semplice capo-popolo di una tribù di pastori, ma un Leader politico spregiudicato, a capo di un popolo trasversale e unito per la sconfitta dell’Occidente Cristiano e per il trionfo mondiale dell’Islam.

Gioire per una morte forse no, la modernità e il carico semantico che Obama si è portato sulle sue spalle dal giorno della sua elezione(ricordo il titolo della Repubblica di quel giorno “Il mondo è cambiato”), la speranza e la bellezza di una immagine così pacifica e vicina ad ognuno di noi è stata , a mio avviso, spezzata dalla ruralità e brutalità con la quale il grande nemico è stato eliminato in uno scenario di sangue e tortura, nel palcoscenico di Paesi in cui la sharia la fa da padrone e vige ancora la legge del taglione.

Tutto questo, appurata la portata del risultato conseguito, comporta un regresso più che un passo avanti.

Tutto questo toglie fiato e speranza al Mondo. E’ proprio questo ciò che è necessario fare per liberarci dal male? E il nostro mondo è proprio finito a combattere una battaglia su questi livelli infimi?

E come può l’anima del Mondo, che non è quella degli Usa, gioire con tanta leggerezza della brutalità e dell’inequivocabile macabro destino di un uomo?

E che giustificazione spiega questa schizofrenia brutale quando la storia recente ha visto dittatori farsi processare da Tribunali Internazionali? E che differenza c’è tra Bush e Obama, il primo che impiccava Saddam e il secondo che dava assenso a trucidare Bin Laden?

Abbiamo tutti inflitto una sconfitta ad una grande parte del male, sia chiaro, certo Al Qa’ida non è morta ma il colpo inflitto è di paralisi permanente agli arti principali.

Abbiamo però anche perso l’innocenza e l’ultima grande speranza di un uomo che, pochi anni fa, ci aveva tutti fatto sognare ben altre cose che un tappeto intriso di sangue o l’accostamento tra la parola giustizia e la parola morte.

IPostmoderni

Fucile, high school, berretto da baseball, cctv, mensa americana. Orde di marionette si affollano accanto ai succosi banchi della mensa scolastica. La scuola è un complesso grandissimo, servizi di primissimo livello, corridoi profondi puliti e moderni, cassette personalizzate per ogni studente e biblioteca e piscina e campo d’atletica e pista da bowling.

Entri nella biblioteca ed è un labirinto bello da vedere di scaffali stracolmi di libri, suonano lontane sirene di sguardi complici, ammiccamenti e giochi tra compagni. Compagni di scuole ultravanzate, coltivano la meglio gioventù del miglior paese al mondo, gli Stati Uniti.

Entri nella mensa, un capolavoro di aggregazione, centinaia di tavoli in un habitat vivissimo durante le ore delle lezioni. La mensa prevede scelta tra pizza, pasta, burgers, cibi dietetici, verdura, cose fighissime, circa 5 $ per mangiare.

Ogni studente posa nel suo armadietto la divisa per l’ora di atletica e i libri per la lezione di domani.

2o Aprile 1999.

Due studenti arrivano a scuola, sono le 11. Uno zaino, al posto dei libri armi, semiautomatiche, molotov, tubi bomba, pistole, un ordigno da 9 kg di esplosivo. Tutto materiale fatto in caso, arsenale da guerra per distruggere la macchia, l’onta, l’inopportunità, l’alienazione.Una lista di studenti da ammazzare con violenza, offrendo scherno alla vita, terrore con il quale impossessare le anime degli studenti in vita o meno a seconda di sottigliezze e sbalzi di uomori del momento, necessità di caricare una munizione salvo, credi in Dio morto, sbang, la faccia cancellata in un attimo.

La sparatoria ha inizio. Harris aveva un blog in cui annunciava il tutto. Lo avevano già sorpreso negli anni precedenti con materiale pericoloso. Poco male, il giorno, il grande giorno è già giunto.

Le bombe non detonano nella mensa, la strage non può prendere corpo nelle dimensioni e piani già escogitati prima di agire.Fuck!

Entrano i due, Harris e Klebold, armati fin sotto i denti.

Sparano all’impazzata. Io mi ero nascosto sotto un fottuto banco della biblioteca. I due volteggiano le armi nell’aria e urlano a squarciagola cose di deliri. Dev’essere quella la sensazione che si prova quando si supera il limite, il terreno e si diventa giudice di qualcosa di inverosimile.

Entrano in una stanza, un piccolo e ossuto ragazzo di 16 anni, Dave, sta tremando, nascosto dietro la cattedra, implora i ragazzi di smetterla, di lasciarlo in vita, scongiura, si dimena, prega, ama, supplica. Harris ci va giù di brutto con le prese in giro ” Piccolo bastardo, non ho pietà per te, devo ucciderti” e SBRANG pistolata in pieno volto, tumefatto e vuoto cade, stecchito.

“Tu, stronza, vaffanculo, non andrai in giro a raccontare quel che hai appena visto” Scappa, indomita, corre e singhiozza. SBRANG, pistolata nella colonna vertebrale, SBRANG, finita con un colpo all’addome.

Entrano in bagno. ” Vi facciamo fuori tutti AHAHAHAH Vi ammazzeremo, non vi nascondete è inutile” Bomba, non esplode.

Mensa. Tavoli, al di sotto corpi a volontà, solo corpi. Primo tavolo a destra, qualcosa si muove, SBRANG SBRANG. Morto un pallido volto.

Morte altre 4 persone: uno era il giocatore di baseball di punta della squadra, uno un suo amico, una ragazza che tremava di paura, uno un bullo che in passato aveva deriso un loro amico.

Continua. Muoio.

Biblioteca. Si sono sentite sparatorie dappertutto nella scuola e ci siamo tutti nascosti qui. Uscire è troppo pericoloso, la scelta più giusta è stare qui. Possono trovarci da un momento all’altro. Il momento arriva.

Sorridono, pieni di potere. Caricano munizioni sul tavolo. “NOW EVERYBODY WITH A WITHE CAP, STAND UP”. Silenzio. Irrispettoso per due killer che hanno intenzione di sterminare una scuola intera. Bufera. Spari a caso SBRANG SBENG SBAMM, il mio amico viene colpito ad una spalla, accanto a me sanguina vistosamente, la mia maglia tristemente riadattata ad un set di un film dell’orrore.

Un nero è il successivo morto ammazzato. Senza particolare motivo. Ci interrogano, ci chiedono cosa ci aspettiamo dalla vita, parlano con disprezzo, schifo, ben convinti di essere nel giusto, nella verità, nella rieducazione, la paura. L’hanno sognato per anni, per anni hanno studiato la strage. Anni di alienazione, psicofarmaci indicati dal sistema per rimetterli sulla retta via molto prima della strage.

Drogare gente per renderla innocua.

Anni di incazzamento scritto nei volti di questi due killer. Ci fanno morire, ci faranno saltare per aria. Un altro nero “Vieni fuori!”. Lo strattonano, lo scalciano lo ammazzano.

La polizia fuori urla di cessare con le violenze. Minacciano ai ragazzi di togliergli la vita. Non sanno che in quel momento sono Dio. Hanno il mano il potere di uccidere o di ri-donare la vita. Se ne strafottono. Per mezz’ora di Dio barattano volentieri la loro esistenza. E fanculo il sistema, la Polizia.

Lo capisco. So che la polizia non interverrà. Non farà in tempo. Al di fuori di quelle mura la vita ha ancora quel carattere sacro intatto che non ti spinge a rischiarla per un servizio pubblico. Uscire dal ruolo dell’agente di polizia e divenire santo protettore di decine di vite, seppur rientrinel ruolo del poliziotto, non è cosa fattibile per tutti. Eroi e non. La morte mette alla prova all’estremo te stesso.

SBRANG, fanno fuori Patricia. Cazzo. La mia compagna di classe di Matematica. Aveva provato a scappare dal retro della biblioteca, porta di servizio, freddata alla testa, colpo secco. Stupida, stupida Patricia.

Scappano per tutta la biblioteca i due. Si guardano in faccia. Sorridono. Attorno a loro sangue, corpi inermi e fiati rotti.

Escono dalla biblioteca. Nel corridoio due studenti scappano, SBRANG, mancati.

Harry è stanco, Klebold ha finito le munizioni. “La nostra giustizia è compiuta. Oggi la prenderanno nel culo tutti, bastardi”.

Si mettono l’uno di fronte l’altro. Fucili spianati l’uno contro la tempia dell’altro.

3,2,1 SBRANG.

Columbine è condannata al terrore eterno.

Ipostmoderni

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