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A volte accade che un’intuizione si materializza nella mia testa in modo rapace: repentina e fulminante.

Pensandoci bene mi rendo conto che il processo dell’intuizione funziona come quando scarichiamo un programma sul computer. Le informazioni si accumulano verso una direzione, è come se l’intuizione fosse al termine di quella barra verde. Quando tutti i dati sono stati caricati il prodotto finale è questa spia che si accende nella testa e che mi dona un’idea, un nuovo stato d’idea, che rimane lì a lungo finché una nuova intuizione mi colpisca di nuovo sullo stesso tema portandomi ad aggiornare le mie posizioni.

L’idea, in effetti, per quel che mi riguarda non è mai definitiva. L’idea è fluida. Ci sono stati di idee a cui si giunge ogni volta pensando. C’è troppa vita intorno a noi per pensare che un’idea, intesa come opinione, visione, possa rimanere immutata per sempre.

E questa abitudine a pensare costantemente rende le mie idee particolarmente mutevoli. E’ una cosa splendida. Perché la realtà, ho capito, non è mai semplice. Tutto ciò che è intorno a noi, in primis gli atteggiamenti che ci possono più o meno piacere delle persone, è costituito da un mondo complesso.

Accettare la complessità delle cose porta a grandi vantaggi.

Ad esempio possiamo prendere in considerazione una persona molto maleducata con cui dobbiamo avere a che fare per necessità (ufficio postale, banca, negozio).

La sua maleducazione può portarci a pensare cose negative di questa persona. O peggio ancora farci mutare il nostro comportamento, adattandoci alla sua bruschezza. Personalmente credo che questo porti a poco di buono. Credo che se si sta bene con se stessi, se si crede saldamente nei propri principi, non ci sia bisogno alcuno per prestarsi alla maleducazione, vizio orribile, per via di un maleducato.

Credo che sorridere e semplicemente rimanere se stessi sia un gesto di grande maturità. Credo che cercare di immedesimarmi nella persona che abbiamo di fronte, pensando che magari ha avuto una giornata storta o che semplicemente prima di servire noi ha ricevuto una chiamata in cui lo si informava del non funzionamento recidivo dell’impianto dell’aria condizionata a casa sua e che ripararlo, in quanto ormai scaduta la garanzia, costerà molti soldi che in questo momento magari non ha per via di una forte crisi che attanaglia il suo negozio, magari per via di un competitor che ha da poco aperto i battenti proprio all’altro lato della strada.

Dicevo.

L’idea è un concetto fluido e accettarla per questo suo grado di parzialità, accettando di mutarla e di esplorarla, credo sia un segreto importante per guardare il mondo.

Tutta questa introduzione (a proposito mi rendo conto del mio essere prolisso in modo esagerato, soprattutto quando scrivo, e me ne scuso) mi serve semplicemente per esprimere un’intuizione che mi si è materializzata in testa durante l’ultimo mese speso in Italia.

Non tornavo da 15 mesi, durante i quali ho vissuto negli Stati Uniti, e, all’improvviso mi sono reso conto da cosa deriva principalmente il mio grosso sentore di insofferenza e repulsione che matura in me quando mi trovo nel mio paese.

Lo scontro. Perpetuo, maleducato, sgradevole, onnipresente.

Negli Stati Uniti si ha un’idea dell’Italia pittoresca per lo più. L’Italia: vino, relax, stile di vita meraviglioso.

E’ stato parecchio difficile spiegare agli americani che questa visione non risponde alla realtà, che in realtà è uno stereotipo a cui piace loro aggrapparsi.

Tornare in Italia dopo il lungo periodo mi ha reso piuttosto evidente ai miei occhi il grado di scontro quotidiano che si insinua nella nostra società piuttosto.

Andare alla posta dove ti viene fatto un sermone o magari semplicemente un rimprovero sgradevole se si prende un bigliettino per una fila sbagliata. Per strada, dove vige la regola della prepotenza e dove il clacson si sgola senza ritegno. Tra persone, quando esporre un’idea, magari particolare, coincide col dover aver a che fare con detrattori di ogni genere che magari avvertono il semplice gusto di darti contro per sport.

Con non conoscenti che mostrano sempre molto spirito malfidato, che non rispondono mai a sorrisi spontanei, che non sanno come rispondere ad una persona che magari prova a fare due chiacchiere con loro.

Ho notato la poca propensione a vivere bene, ho letto l’atteggiamento malfidato negli occhi di molti. Ho letto gelosie, forti gelosie verso chi non ha paura di mostrare la propria personalità. Ho notato una lotta a buttar giù chi qualcosa di buono la sa fare. Una lotta a denigrare.

Ho meravigliosi amici. Conosco gente meravigliosa. Chiaramente non mi riferisco a loro. Chiaramente mi riferisco ad un atteggiamento generale. Un atteggiamento distruttivo, un atteggiamento che sa imbarazzare, una tendenza ad uniformare.

In particolare faccio riferimento alla città di Roma, più vicina a me geograficamente, affettivamente nonché a livello familiare.

Ma anche girando per l’Italia, nell’ultimo mese, ho notato atteggiamenti scorbutici ovunque. Forse Venezia in questo contesto non fa testo in quanto piccola, altezzosa perla turistica praticamente unicamente popolata dal turismo di ogni genere, che può portare ad un grado anche maggiore di maleducazione.

Ma anche girovagando per la Toscana, ho trovato ristoratori musoni, camerieri ignoranti e poca disponibilità diffusa.

Ora, mi rendo conto di poter sembrare un bacchettone. Ma, mi chiedo anche perché tutto questa attitudine allo scontro mi sia venuta in mente dopo questi 15 mesi passati all’estero.

Beh, semplice. Negli Stati Uniti c’è uno spirito di cordialità molto più diffuso. Provate ad entrare in un qualsiasi bar, ristorante e vedrete con quanti sorrisi verrete accolti. Provate a fare una richiesta ad un cameriere in un ristorante e vedrete come si prodigherà per servirvi. Fate la fila per un ufficio qualsiasi, un servizio pubblico o privato qualsiasi (posta, banca, documenti vari) e vedrete la differenza con i nostri depressi operatori (ove la depressione chiaramente deriva oltre che da una predisposizione personale a volte anche dai ritmi di lavoro stressanti, dalla totale disorganizzazione, dalla totale maleducazione dei clienti a loro volta e dalla assoluta mancanza di gratitudine nello svolgere il proprio lavoro).

Fate un giro per strada e provate a sorridere a qualcuno.

Certo, c’è anche da dire che dietro atteggiamenti molto cordiali e sorridenti, spesso si nasconde un’impostazione quasi plastica, non autentica, tipica della società americana.

Tutti si sforzano a non urtare, ad apparire cordiali ed amichevoli, poi magari però c’è scarsa attitudine ad approfondire il rapporto.

Il punto è pero che si vive meglio quando si entra in un negozio e si viene salutati e magari accolti con un sorriso. Si guida la macchina e non ci sono battaglioni di suv inferociti, motorini, smartine, cinquecentini a suonare la settima sinfonia di Beethoven coi clacson. Si entra a lavoro e non scorgi negatività quanto sorrisi e una accoglienza positiva. Quando si impiegano 10 minuti per ottenere un documento ad un ufficio pubblico. Quando tornando a casa, con le mani occupate dalle buste della spesa, provi ad aprire il portone del tuo condominio e una ragazza si ferma, ti apre la porta, ti lascia entrare e ti sorride meravigliosamente.

Siamo o non siamo un paese fondato su stress, scontro e gelosia?

Io credo di sì. E credo abbia molto a che fare con le moltissime mancanze con cui quotidianamente abbiamo a che fare semplicemente vivendo la nostra vita.

Quando effettuare una ricarica della posta pay impiega 2 ore di fila e magari il muso incazzato di un impiegato della posta, come si fa ad uscire dall’ufficio col sorriso sulla faccia e fare magari buon viso a qualche stronzo che ci taglia la strada o che non ci dà la precedenza.

Certo, mi rendo conto di aver basato l’introduzione di questo post su concetti di comprensione verso il prossimo. Credo che proprio questo tipo di comprensione in effetti mi abbia portato a realizzare quest’intuizione verso la nostra cultura. Cercando di immedesimarmi nell’incazzatura degli altri mi sono ritrovato a constatare quanto vasta la gamma di motivi potrebbe essere.

Ciò non vuol dire che rimangio quel che scrivo all’inizio: bisogna comunque sempre cercare di capire persona dopo persona le motivazioni di certi atteggiamenti e soprattutto non cedere alla maleducazione, mai. Fare questo sforzo però non vuol dire automaticamente vivere bene, ma vivere meglio.

Per me civiltà è un concetto che parte dal grado di scontro presente nella società.

Per me è diventato difficile vivere in Italia.

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Qualche giorno fa, scendendo le scale della metro ho avuto un’illuminazione. Avevo una scelta: scendere prendendo le scale mobili o scendere usando le scale regolari.

Ho osservato che la maggioranza delle persone si accalcava verso i stretti varchi delle scale mobili mentre erano molto pochi coloro che decidevano di scendere le scale a piedi.

Ho pensato che questa normalissima e quotidiana scena rappresentasse in modo molto reale, aderente alla realtà, il percorso che oggi ognuno di noi effettua per arrivare ad un’idea.

Ho scritto un post qualche tempo fa che, tra salti mortali (logici) e molto fervore, cercava di comunicare, in poche parole, come il percorso moderno per arrivare all’idea (un’idea, le idee sulla vita, sugli aspetti di essa, sulle questioni che regolano i nostri comportamenti, la nostra morale) fosse  molto spesso incanalato da quella che può essere definita opinione pubblica.

L’opinione pubblica predominante, come già nell’800 un pensatore come Tocqueville osservava, costituisce oggi una sorta di dispotismo leggero sulle idee. Essa si compone di schemi di pensiero e posizioni universalmente condivise, essa appone dei limiti in determinate materie che il solo ragionare oltre di esse può costare oltre che l’incomprensione, l’emarginazione.

Non penso di svelare un segreto dicendo che una caratteristica negativa della democrazia odierna sia che moltissime persone alla fatica (bellissima fatica) di pensare ed arrivare con un proprio percorso ad un’idea preferiscano aderire ad una che sia già presente nella società (conformismo?).

Ecco, è in questa premessa che ho riconosciuto una metafora lampante in un saliscendi di una metropolitana.

All’improvviso mi è apparso chiaro come coloro che scendevano comodamente trasportati da quel macchinario, autentico simbolo postmoderno, posto lì a gridare “Siamo un popolo così evoluto che ormai non dobbiamo nemmeno più fare la fatica di camminare”, erano coloro che , se fossero state nel mondo delle idee si sarebbero servite di quello stesso macchinario astruso, impersonale per arrivare ad un’idea.

La differenza tra chi scende le scale con le proprie gambe e chi sceglie il trasporto automatico non è percepibile quando entrambi sono arrivati in fondo alle scale.

La differenza è celata dietro un’apparenza difficile da scandagliare. Ma chi quelle scale le ha percorse da solo, in qualche modo, è una persona che ha conquistato con le proprie gambe il fondo delle stesse.

Si può dire la stessa cosa, essere d’accordo sulla stessa cosa, ma un conto è che a quell’idea ci si sia arrivati da soli, con un percorso di comprensione, osservazione, incognite; un conto è arrivarci con una scala mobile che abbia sacrificato, all’altare della comodità, la propensione a pensare, a capire, a valutare il corpo di quell’idea.

In quelle scale mobili ci ho visto questo:  la società moderna in cui si vive custodisce il gran difetto di poter condurre le persone che la compongono dove essa vuole. C’è una quantità di modalità incredibile con i quali le nostre menti possono essere veicolate entro determinati margini di pensiero senza che ci si possa rendere conto.

Ma lo sforzo che ogni individuo fa per arrivare da solo ad una sua idea, investendoci tempo e dedizione, penso sia il più grande segreto della libertà, l’unico modo per godere della stessa pienamente, l’unico modo per esaltarla e prenderne le chiavi in mano.

Mentre tutto questo inferno mi si scatenava in mente avevo appena posato il mio piede sulla scala mobile.

Ho pensato che in ogni dove, oggi, c’è sempre una scala mobile pronta a condurti ai suoi comodi, popolosi lidi. I lidi della facile verità, quella accessibile a tutti, sembra.

IPostmoderni

 

C’è un’età, all’incirca sui 12/13 anni ma anche 14 in cui si possono dire cose molto stupide. Ma siamo giustificati, siamo in crescita e in un limbo assurdo tra fanciullezza e vita, comincia a prendere sembianze adulte, cominciano a  susseguirsi esperienze che da sempre abbiamo visto con gli occhi di bambini ansiosi di crescere. Poi ci completiamo e forse non è di questo che volevo parlare.

Questo post non sa dove vuole andare, è partito perché doveva partire con un album dei nirvana posto in riproduzione casuale e riproduzione casule vale anche per le mie idee. Vediamo, non penso che un post, ogni post, ogni idea debba seguire un percorso, o meglio, gli schemi mi stancano parecchio e mi fanno abbandonare la nave ancor prima di salirci. Mi piace l’inizio di ogni cosa, la fase entusiasmante, non mi piace lavorarci sulle cose, e per me lo sforzo mentale è un ostacolo duro da superare in quasi tutto ciò che faccio.

Detto ciò, una cosa che so, per certo, è che sono poco adatto al contesto in cui mi trovo oggi. Non so perché la vedo così ma ogni giorno mi giro intorno alla ricerca di qualcosa che possa calzare a pennello per me, ma non ho idea di cosa possa calzare in questo ibrido di persona che sono io.

Tendo a parlare al personale ogni volta, ho paura che i pochi lettori, casuali o meno, che mi leggano intravedano presunzione in ciò che dico. Così non va.

Si finisce sempre per non dire mai niente. Se ogni volta devo stare a pensare ad avere fonti e cose certe, conclamate per le mani non si affitta mai, non si dice mai ciò che si sente. Più che altro bisogna stare attenti a generalizzare ma quel che noto, che osservo è che, per quanto uno si possa sentire fuori da ogni contesto, da ogni comprensione, empatia possibile, questa è una grossa, immane stronzata. La nostra, o meglio la mia, ma sì anche la nostra va bene, è paura, paura di dire le cose, paura di esporci, di andare fuori dal coro, di essere giudicati. Essere giudicati fa paura ad ognuno di noi. È o forse no un grosso freno alle nostre azioni? Il principale direi. Il freno morale. Cos’è che impedisce ad ognuno di noi di dar vita alle proprie perversioni? A quanti di noi non è mai capitato di fare pensieri poco edificanti, di cui vergognarsi e di cui rimproverarci noi stessi solo per averli concepiti? Tante volte. Per lo meno a me. Attenzione quella è una delle cose più magiche che secoli di storia e evoluzione hanno portato alla nostra società. Un freno morale, costante e invincibile che ci tiene alla lontana dalle cose più “strane”, meno accettate dal comune giudizio. È forse una sorta di tirannide della maggioranza? Beh direi di sì. Non sono cose che dico io, attenzione. Sono nozioni universitarie che ritengo vere, con l’osservazione. E sono consapevole di non esprimermi un granché chiaramente.

Quel che voglio dire è comunque che c’è un livellamento, agisce un livellamento, un’autocensura verso tutto ciò che appare ai nostri occhi moralmente pericoloso per la società. Antidoti alle influenze amorali che albergano in ognuno di noi, in quanto esseri umani.

Siamo esseri umani civilizzati(anche se a giudicare da come i romani parcheggiano le loro vetture non si direbbe) e abbiamo un complesso patrimonio genetico/morale all’interno di noi stessi dalla nascita. Il bagaglio morale culturale della storia. Siamo il risultato di secoli di storia. Il nostro bagaglio è il bagaglio del XXI secolo e della società occidentale. Fossimo nati nel Medioevo avremmo avuto un bagaglio diverso e tante cose oggi amorali, che provocano sdegno e intima vergogna al giorno d’oggi ci sarebbero parse normali. Eppure saremmo stati esseri umani comunque. Oggi siamo cittadini di questo posto, in questa epoca, in questo contesto, con questa cultura. E la parte di noi autoctona che scalcia e si dimena viene per forza di cose sottomessa ai valori contemporanei.

Cose come incesto, il concetto della schiavitù, della prostituzione infantile, della trucida violenza, la legge del taglione, la tortura, il matrimonio di casata sono cose verso le quali ci rivoltiamo con sdegno anzi di più, che non sappiamo concepire. Ci sono state epoche in cui tutto ciò ci sarebbe apparso normale.

Ad ogni modo. Questo è probabilmente qualcosa di estremamente positivo. Voglio dire è l’evoluzione, ciò per cui prima di noi gente altissima ha combattuto, è morta, ha lasciato i suoi beni più cari. Ogni volta che qualcuno è morto per la gloria, l’onore, la dignità, la civiltà ha apposto il suo tassello per costruire un movimento sempre più glorioso e sublime fino alla libertà.

Ma questi sono gli ideali altissimi di cui oggi disponiamo con grande fortuna e con poca gratitudine. Molti della mia generazione ignorano che fino a che siamo stati niente più che bambini il mondo continuava ad essere invischiato in una immane guerra. La guerra fredda.

Non parlo di queste idee. Io parlo invece dell’ipocrisia, dell’indignazione bacchettona, dei limiti morali entro cui ci si trova oggi. Io parlo della goffa abitudine di comportarci tutti all’interno di certe categorie di comportamenti. Io penso alle regole di comunicazione. Io penso ai formalismi. Io penso alla sincerità. Penso a quello che non si dice perché oggi dire qualsiasi cosa è indice di cattivo gusto. Penso all’odio per il politically correct. C’è qualcosa che mostri con più evidenza di quanto non lo faccia la pratica del politically correct gli effetti della tirannide della maggioranza?

Non si può parlare di razze, di religione, di sesso, di politica. Non se ne può quasi mai parlare per quanto abbiamo confinato questi argomenti in cave profondissime chiamate tabù.  Anni di storia ci hanno insegnato che forse è meglio non parlare proprio di certi argomenti. Non è forse una sconfitta? E capisco che la società abbia difficoltà ad affrontare tutto ciò nei giornali e nelle voci del sistema odierno. Ma perché noi dobbiamo fare lo stesso? Perché noi non possiamo parlare presumendo, per una volta, che non si parta da nessun pregiudizio? Quel che voglio dire è che all’altare dell’equilibrio sociale è stata sacrificata l’autonomia intellettuale più assoluta. Uscire fuori da certi campi morali oggi è qualcosa di estremamente complesso, richiede uno sforzo mentale molto grande. Andare contro tutto ciò che ci circonda, osservarlo da un altro punto di vista. Penso che questo mondo sia accessibile a veramente poche persone, i cosiddetti “intellettuali”. Siamo davvero liberi di pensare tutto ciò che è pensabile? Personalmente, sono convinto di no.

Un tempo, agli inizi del XIX secolo un gigante della storia, Tocqueville, scrisse che uno dei suoi maggiori timori riguardanti la democrazia fosse proprio questo. Nei tempi in cui la società era troncata in aristocrazia, borghesia e terzo stato i studiosi erano aristocratici e, in quanto privilegiati, dedicavano la loro vita allo studio. Il fermento e l’ambito del loro pensiero/studio esulava da limiti morali, li aggrediva, li discuteva. L’aristocrazia era altra cosa rispetto al popolo che non deteneva alcun potere. Nell’osservare la nascita del sistema democratico americano Tocqueville osservò che uno dei maggiori timori per la futura società democratica era che la tirannia della maggioranza avrebbe messo fuori discussione, destituito tutti quegli argomenti che non avrebbero trovato il favore della maggioranza, ormai detentrice del potere.

Ad oggi mi pare che questo sia avvenuto. Ciò di cui la società non parla, ciò che la società non accetta , tutto ciò non viene nemmeno messo in discussione. Delle volte crediamo in cose che, a pensarci bene, non si conoscono nemmeno. L’onestà, l’onore, la dignità, la fedeltà, i precetti morali. È tutto già scritto, è tutto posto al di fuori di ogni conversazione, discussione? Le razze, Dio, la religione, il sesso.È  tutto stabilito,già pronto per essere accettato?

Non penso che questo sia il dovere di ogni individuo. Penso che ognuno debba, come personale percorso di arricchimento interiore, domandarsi su tutto ciò che ci circonda e guida i nostri comportamenti. E capire se ogni cosa che facciamo, pensiamo, deriva veramente da ciò che è la nostra volontà o se lo si fa,pensa perché è così che la società ci insegna, ci impone dolcemente.

Chissà. Possiamo parlarne, ammesso che il mio pensiero sia sufficientemente chiaro.

A presto,

IPostmoderni

ps: cfr https://ipostmoderni.wordpress.com/2011/03/24/its-your-agenda-not-mine/

 

 

Il problema è che sono circondato da esibizionisti.

Consci dell’appeal, formula data da diverse fortunate variabili, bellezza, intelligenza, brillantezza, ci sentiamo,a diversi livelli e con le dovute distinzioni, superiori. E ci siamo.

Ci siamo perchè la convinzione di essere migliori degli altri è un’illusione irrazionale volta a coprire il fardello di non essere altro che uno in un mondo di migliori e peggiori. Del resto il nostro esternare compassione verso coloro che sono diversi da noi non è altro che un celato modo di dichiarare il nostro primato.Del resto criticare la diversità degli altri è un modo anche un po’ vanesio di esaltare se stessi, indirettamente. Se tutto ad un tratto, un giorno, ci svegliassimo in un contesto di persone che si vestissero benissimo, che fossero dotate di somma cultura, che parlassero solo di cose interessanti, la nostra “specialità” dove andrebbe a finire? Diventeremmo tutti uguali! Finalmente, verrebbe da dire!Neanche per il sogno..brameremmo i giorni in cui eravamo soli tra branchi di pecore e in cui avevamo gioco facile a sentirci migliori.

Ad ogni modo, la tendenza a sentirci migliori dunque, come, che so, meccanismo di autotutela,  è diffusa ( numerosi gli status di facebook che recitano più o meno così: “oddio perchè la gente è così ignorante?” oppure “la gente tanto parla solo di novella 2000 e uomini e donne!” e via dicendo)

Condizione diversa però è quella di chi, dotato di appeal, come dicevo sopra, aggiunge a questa tendenza una dose di sfacciataggine e superiorità manifesta. In poche parole la differenza tra le due condizioni è che solitamente la tendenza autoprotettiva a sentirci migliori o comunque non inferiori è di genere passivo. Mi attaccano e io mi difendo.

La sfacciataggine invece e la superbia è un atteggiamento attivo e, spesso, invadente (Sgarbi esempio limite). In ogni luogo, mentre, perchè c’è un’esigenza grandiosa di mostrare, ed esibire (frasi altisonanti, foto ad effetto, buona pubblica vendita delle proprie passioni)

In poche parole la tendenza all’autodifesa è degli insicuri o di coloro che sono fuori dai giochi: sono sicuri delle loro qualità, calati nel loro mondo perfetto e dove tutto fila meravigliosamente, che non hanno bisogno di alcunchè da esibire (categoria a dire il vero, rara. Cavolo, rara per davvero!)

La tendenza invece ad apparire con tutti i modi e mezzi, a tutti i costi, è parte di chi ogni giorno si sente meravigliato e felice del suo appeal. Di chi ne sta prendendo pian piano confidenza, rischiando però passi falsi che possano deteriorarlo. Chi appare molto, del resto, può far parte del rischioso mondo della certezza assoluta, del castello che può crollare da un giorno all’altro, a seconda degli incontri, situazioni, relazioni con contesti diversi (internazionali ad esempio: tanti appeal possono vanificarsi all’estero e,dunque, provocare una caduta più o meno rovinosa del castello!)

Cosa ne penso io?

1 Che chi ha la fortuna di godere di questo appeal, condizione vincente e preponderante nella società attuale, non dovrebbe per questo abusare dello stesso. Mai. Nei confronti dei deboli, dei “no-appeal”. Dovrebbe cercare meno esibizionismo. E’ vero che le persone sono “accecate” dall’appeal ma è altrettanto vero che c’è chi, per una questione di autodifesa e coscienza nei propri mezzi, ne dubita con fervore. E cerca di capirlo, verificarlo fino a cercare di giungere al confine tra esibizionismo e la sostanza che vi si nasconde dietro, se ve ne è.

2 Chi questo appeal non ne ha deve capire se ciò che sta vivendo lo rende veramente felice e non deve troppo preoccuparsi di chi gode di appeal. Può essere un appeal vuoto e alquanto postmoderno (basato dunque sulla logica moderna del successo=appeal-look ok, simpatia,soldi, piercing/tatuaggi/accessori).

3 Esistono appeal silenziosi, che di solito sono i più interessanti. Che non hanno bisogno di urlare ma che si nutrono di vita, in modo naturale.

4C’è un costrutto sopra così tanti atteggiamenti quando alle volte bisognerebbe semplicemente essere noi, richiamare la voce dell’essere che in noi si culla: l’anima, parte distaccata dal corpo.Percorso virtuoso e difficile, oggi.

Invito a diffidare della superbia. Invito a smettere di guardare con ammirazione cose di superficie. Cose che non lasciano intravedere sostanza. Invito a seguire il percorso illuminato di noi stessi, fino all’ultimo giorno.

Forse più che un invito a voi, è un invito a me stesso.

Vostro.

Ipostmoderni.

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