You are currently browsing the category archive for the ‘Uncategorized’ category.

Aveva le pupille fuori dalle orbite. Strillava come un pazzo, cercava di divincolarsi da quella cazzo di sedia che con tentacoli di pelle lo teneva legato ad uno spazio da cui si ribellava con straordinaria veemenza.

Era stato costretto a sorbirsi la discografia di Calcutta. Un artista Italiano, per giunta più piccolo di lui. Uno che sembrava sbattersene il cazzo un po’ di tutto e che per questo sembrava ricevere acclamazione. Uno che si vestiva come quel coglione di Mac De Marco. Che suonava come un Mac De Marco, solo in salsa italica. Una cosa inaccettabile per dio.

La sua casa ridondava di vinili di tutti i colori. Traducendo in Italiano i nomi dati a quei cazzo di dischi, la magia si scioglieva. L’esterofilia si scioglieva come un ghiacciolo in agosto. Una stanza in fiamme. Sull’aereo sopra il mare. L’esterofilia si scioglieva come un colpevole davanti a domande incalzanti.

Ma ora si era ritrovato costretto ad ascoltare sto cazzo di Calcutta. Con la sua bella faccia da cazzo. Sanguinava il suo orgoglio, la sua cazzo di autostima. Tra se’ e se’, quel coglione di Mac de Marco e tutti quegli americani ganzi avevano il diritto di essere fichi. Erano troppo lontani comunque e poi son americani, il loro ruolo e’ di essere seguiti da orde di frocetti di tutto il mondo. Ma Calcutta, Calcutta no, cazzo. E’ de Latina porca troia. Ha due anni meno di me. E fa l’indie in salsa italiana. Inaccettabile.

Finalmente dopo lunghissimi minuti di scalciare e al secondo minuto pieno di Pesto, proprio sul “deficiente” si riusci’ a liberare da quelle corde che a mo’ di cintura di forza lo costringevano su quella sedia. Se ne libero’, corse verso il giradischi e gli diede un cazzo di calcio, che nemmeno Hubner ai bei vecchi tempi. Distrusse Calcutta in un secondo, lo disintegro’ in mille pezzi. E era felice come una pasqua.

Mise su un nuovo disco. Mise su Jhon Father Misty. Con la sua bella faccia ganza e il suo talento per musiche per fichi fatte senza dar l’impressione di crederci troppo. Si senti’ subito meglio e parte di un mondo migliore. Il mondo dei fichi. Il mondo dell’élite della musica.

Ne ascolto’ diversi pezzi poi passo’ a tutta una serie di dischi nuovi. C’era un nuovo rapper di Chicago che faceva musiche che gli ricordavano il suo rapper preferito, Kendrick Lamar. Si sentiva di nuovo parte di quella sua immagine che tanto lo faceva sentire fico davanti agli amici. Non capiva un cazzo di quei testi. Eppure gli piaceva e quasi canticchiava. Inizi incerti di parole inglesi che finivano in un ahahh ahahhh ahahhhahhhhahhh.

____________________________________________________________________________________________

Quella sera vide degli amici. Qualche birra e due patatine, e una partita a football manager. Mise su la sua playlist creata su spotify. 270 canzoni, non una canzone italiana. Ne andava fiero. I suoi amici lo incensavano di complimenti. Mentre le canzoni di Warpaint, Grimes e St. Vincent scorrevano lui e i suoi amici non capivano un cazzo di quel che dicevano: “oh pero’ dove cazzo l’hai trovati sti pezzi, senti che robetta”.

Era tutto cio’ che contava.

 

 

Annunci

This is a turning point for the world civilization. From this point on, we are not letting any boundaries separate us no more. We decided, agreed on not putting any walls between each other anymore. All the dirt, all the most intimate, stupid ideas. They’re all out there. Not afraid to hide anymore, actually, reinforced by the approvation of the internet legion.

Politics these days is just embarassing. The political system, democracy is slowly collapsing into a form of State that is controlled and inclined to pure ignorance. Controlled by tools we can’t no longer control, who manipulate people, all of them, making them believe they’ve found their purpose in life. No one is lonely anymore. No one asks himselves why anymore.

Why can people be so mean, and vengeful? Who started that in the first instance?

Why can’t I seem to find relief? Why am I so absorbed and yet so unhappy? Why can’t I spent a minute away from my avatar? From a kind of life I wish I had but that I desperately need the others to believe it’s real?

/Is it me now the one that looks back with nostalgia? Didn’t you always hate people being like ” when  I was younger things were better?”/

Things weren’t better though. We were on the way to this. Every little era has its own addictions. We were slowly getting to this, like a program slowly loading on your computer. Things weren’t just better before. The seed hasn’t just blossomed yet.

Where does this bag of problems come from? Aren’t we supposed to be the most developed countries in the world. Those with a roof on their head, a car, and all the Entertainment. No fear of ever not having a roof or a meal to eat. That’s probably where our problems originate. From a life that offers no problems at all. Doesn’t matter what you have you’ll always miss something. You’ll always get tired of what you have too much/.

Where am I going with this? To the centre of my flower. My flower is my essence. I’m trying to make my way down there. Reconnect. I think I can hear a distinct sound. I think I see it.

I don’t wanna talk just like my father. I don’t want to be my father at all, actually. Life and my father gave me the chance to decide who I was going to be. Life has given me the chance to play my cards. Life has given me the chance to appreciate not what I have but the purpose of life. Which is higher than any material achievement one could reach. Cause all of these achievements lead to nothing. Cause these achievements lead to a kind of life you might think it belongs to you, but it might just not.

Success is a brutal word. On the altar of success what has been sacrified?

We sacrifice on a daily basis our dignity for success. A photo, or thoughts stolen from somebody else. We are admired. And successful.

 

Do you believe in people? Do you believe this world we live in has a purpose behind it?

// I don’t believe in words anymore.

 

 

 

A lungo andare e’ forse difficile vivere senza radici, senza punti di riferimento.

Piu’ facile chiudersi in una relazione duratura e affrontare la vita insieme.

Facile non fa rima con vita.

Allora qual e’ l’ottimo? Qual e’ l’equilibrio? Credo che non esista una risposta universale ed e’ forse per questo che la vita sa essere cosi’ complicata. Credo esista in ognuno un profondo modo di vedere e sentire le cose. Credo che esista, nascosto tra egoismo, testardaggine, paura, un fiore originario che racconta di noi. Quel fiore e’ la nostra essenza. C’e’ chi ha come missione quella di coglierla a pieno, c’e’ chi e’ troppo debole anche per avventurarcisi.

Quel fiore e’ pero’ li’ per starci per sempre. E si manifesta in pulsioni incessanti per alcuni, lontane per altri. C’e’ chi ha un’essenza piu’ sottile, c’e’ chi ha un’essenza ingombrante.

Ho un’essenza ingombrante. Spinge da sempre in maniera incessante. Mi ha portato in tre continenti diversi, in storie d’amore lunghe e piene di coinvolgimento, diversi lavori, interessi, passioni. Mi ha reso speciale, unico. Ma continua a rendermi vulnerabile, perche’ troppo esposto ai sentimenti.

Sono travolgenti, ingestibili. Meraviglioso quando si tratta di costruire qualcosa di bello, orrendo per gestire il proprio umore. Con gli anni sono molto migliorato. Ma sono davvero migliorato? O piuttosto, non sono e mai piu’ saro’ in grado di sentire i sentimenti come li ho sentiti un tempo? Sono logoro io o e’ semplicemente questa la risultanza di tante energie spese per i sentimenti?

Eppure se sono ancora qui a scriverne, vuol dire che ancora mi fanno provare quel senso di impotenza orribile. Forse orribile e’ buono. Forse orribile si puo’ ancora trasformare in incredibile nel giro di poche ore. Ma hai ancora energie per questo? Le hai ora?

Forse e’ una questione di momenti. Opportunita’. Prontezza.

Non c’e una ricetta per tenere quel fiore in perfetta condizione. C’e’ sempre una tensione tra la nostra essenza e la nostra realta’. C’e’ una ricetta? E’ l’altro la vera ricetta?

 

 

 

 

Sono passati gli anni e con loro momenti meravigliosi e altri bui. Si sono alternati tra di loro, nella più classica altalena della vita.

C’è un momento ogni giorno della mia vita, soprattutto quella di questi ultimi giorni e mesi, in cui penso a quel che vorrei fare, a quel per cui credo di essere stato settato e messo a questo mondo. E’ un momento così frustrante che ho deciso voglio mettere uno specchio di fronte alla postazione della mia scrivania per “rientrare in me” ogni qual volta prendo il là con il pensiero.

La frustrazione deriva dal sentire dentro di sé stesso le potenzialità per realizzare grandi cose nel futuro e la mancanza di forza per intraprendere un percorso per realizzarle. La mia battaglia consiste in diventare costante e raggiungere quelle vette a cui credo di dover ambire come dovere.

Dunque, l’odio verso me stesso deriva dal sapere esattamente cosa dovrei fare per essere felice ma non aver la forza, la determinazione per farlo. Com’è possibile? Ci sono delle forze dentro di me che vanno a correnti alternate. Ci sono forze devastanti che hanno bisogno di alcuni lasciapassare per esplodere. La fase d’avvio è quella più dolorosa e pericolosa.

Quando tutto si mette in moto le forze devastanti, ambiziose che sento di possedere prendono il sopravvento e mi mettono finalmente in posizione di essere all’altezza delle mie aspettative.

Ma c’è un discorso in più da affrontare. Non sono bravo a strutturare i miei tempi. E al tempo stesso sono anche uno che ritiene il tempo e l'”ora” di fondamentale importanza. Ho una paura matta di non fare quanto vorrei fare, di non vedere quanto vorrei vedere, di non sperimentare quanto vorrei sperimentare.

Amo il mio modo di essere ma l’odio al tempo stesso. Odio la mia incostanza. Amo la mia curiosità, odio la mia mancanza di interesse continuo, fino a diventare in gamba in specifici ambiti d’interessi. Ho paura di essere un contenitore scintillante di interessi che si rivelano vuoti quando si fa il passo in più scoperchiadolo.

Dopo tanti anni di intensa riflessione sono arrivato a capirmi, a sentirmi ma non ad agire automaticamente per soddisfarmi. Questa è la frustrazione più grande.

Nel mio ultimo anno e mezzo sono stato in Thailandia. Ho passato quasi una settimana in un monastero buddhista bellissimo a fare meditazione vipassana. La lezione più meravigliosa che ho imparato è quella dello sdoganamento del mindfulness. Mindfulness vuol dire consapevolezza, coscienza di quel che si sente. Coscienza di essere parte di un corpo pensante. Sentire il contatto del piede con il suolo, sentire la propria mente, svuotarla e guardarla dal di fuori. Imparare ad essere consapevoli della propria presenza aiuterebbe moltissimo a risolvere il problema della discrepanza tra desiderio e azione.

Scrivere in questo senso aiuta.

Desidero il controllo e riempire il solco tra aspettative e azioni reali. Ci sono azioni da intraprendere gradualmente per riuscirvi. Mi specchierò ogni giorno, mi vedrò soccombere sotto i miei stessi obiettivi o sorridere se imboccherò la strada giusta. Il giorno più bello sarà quando quello specchio resterà inviolato, un oggetto di decoro che non ha più il compito di riflettere l’anima di persone che odiano parti di se stesse cercando un risveglio.

 

 

E che non saprai mai. Sei un piccolo, piccolissimo puntino buio e senza rilevanza alcuna. Nell’universo, nello spazio, nel tempo, tu sei un’entità invisibile anche al microscopio della storia. Sei circondato da un numero di persone che, comparato all’umanità tutta del passato e del presente, risulta ancora una volta nulla.

I tuoi problemi, le tue questioni mentali, le tue paure e insicurezze sono materie di cui la storia ignora completamente. Sei un nulla in un universo di incertezze, di filosofia. Ciò che dici si perde come una foglia ingiallita in un fiume in piena che si riversa in un oceano. Ogni volta che ti senti migliore, ogni volta che apri gli occhi e giudichi qualcuno, ogni volta che lasci il cervello correre libero senza contegno, senza riflessione, senza esplorazione, ogni volta che ti riempi l’occhi di odio: ogni volta provi a te stesso, una volta ancora, la tua irrilevanza nel mondo.

Ogni volta che ti appoggi con tutto il peso della tua dignità sulle tue idee, ogni volta che scappi di fronte alle tue responsabilità, che rubi. Ogni volta che dai le cose per scontate. Ogni volta che dai una persona per scontata. Ogni volta, ti dai la prova del fatto che tu sia il nulla più assoluto.

Non sono nessuno. Quando apro quegli occhi maligni e un’immagine mi cattura, automatico è l’istinto del giudizio. E in tutti gli altri uomini, il primo istinto è il giudizio. Perché arriva il giudizio ancor prima di reprimerlo? Il giudizio è un’esigenza, istinto primordiale. Nulla cancella l’onta del primo giudizio. Nulla cancella la vergogna. Non bisogna vergognarsi di quel giudizio ma studiarlo. Sono piccolo, sono un piccolissimo corpuscolo insignificante nell’universo, non conto nulla. Quel giudizio fa parte di me. Qualifica me come uomo, ma ancor prima come essere umano. Sfugge alla ragione, come un lampo ti rivela la natura schifosa e meschina, in quel fulmine di tempo in cui lasci che agisca indisturbato. Da cosa deriva, ancora?

Chi ti ha insegnato? E’ un impulso della società. E’ una cosa avvilente eppure sentore di una natura estremamente affascinante. Due forze di stessa entità si fronteggiano con la forza di oceani in piena. L’una non ha mai la forza di affossare l’altra. Perché analizzo quell’onda d’urto incosciente. La cattiveria insita in ognuno di noi, la gelosia, la malattia, la mancanza di sensibilità, la pochezza, il buonismo, l’istinto animale. Il mondo è popolato da belve che ti mangerebbero l’anima se potessero. Ti squarcerebbero quei gradi guadagnati sul campo perché incapaci di accettare che tranne la morte e la sfortuna pura, nulla accade per caso, tutto si finalizza per una ragione. Ciò che pensi, il lavoro che hai, il tuo partner, le tue amicizie, il tuo percorso, l’autostima e quella degli altri. Gli impulsi cattivi e infiniti, celati dietro ad un buonismo che funge da tregua sociale, ci rendono giudici infallibili e tristi nel nostro subconscio.

Non siamo migliori di nessuno. Non siamo i migliori, mai, in qualcosa. Saremo, rispetto alle dimensioni del tempo e della storia, sempre piccoli corpuscoli che si muovono in moti impazziti e indecifrabili creando nient’altro che polvere, polvere.

Possiamo essere migliori però. Possiamo impegnarci e diventare bravi in qualcosa. Possiamo lavorare su noi stessi e, in un percorso quotidiano, analizzarci, parlarci, spronarci, aprirci. Possiamo e dobbiamo cercare di essere migliori ogni giorno senza ipocrisia o mentirsi. Scavare le nostre debolezze, prendere coscienza della nostra infinita ignoranza, cercare verità. Mostrarsi al di sopra è un gesto folle, da incoscienti, da umani, appunto. Siamo piccoli. Se domani morissimo il mondo, la storia, le stelle, gli universi paralleli, le anime nascoste in corpi lontani miliardi di anni luce, la Verità continuerebbero ad espletare le loro funzioni o non-funzioni.

Una cosa abbiamo ed è l’anima, il cervello. Una cosa abbiamo. Tutti giudichiamo. Tutti siamo sotto quel riflettore ogni giorno. Tutti abbiamo giornate di merda in cui odiamo tutti. Tutti proviamo compassione per altri, per te. Tutti disprezziamo a prima vista. Tutti vomitiamo odio. Hai una cosa, una cosa sola. Rifuggire, crearti la tua strada, ascoltare tutti, ascoltarti, non giudicare ma apprendere, da tutti. Hai qualcosa da imparare ogni giorno, qualcosa da ascoltare senza aprire gli occhi. Hai da accompagnare le parole alle azioni. Siamo il nulla. Siamo l’unico noi presente nell’universo. Siamo la nostra occasione di capire, di vivere davvero. Siamo la possibilità di scegliere l’altra via, siamo la possibilità di essere un nessuno pensante.

 

 

Mattinate calde a Bangkok.

Rintanato in un appartamento moderno, finestroni dividono l’aria condizionata dalla cappa insistente di afa tropicale.

Mattinate simili a Bangkok, la vita si è fermata.

Molto tempo per pensare a nuovi passi futuri, molto tempo a scorticarsi l’anima di numerosi questioni.

Lo sviluppo sconsiderato e volgare fa a pugni con una società semplice: i grattacieli si stagliano accanto ad appartamenti fatiscenti, dalle facciate nere di vergogna. I centri commerciali inaugurano un mondo che non c’è, dove la funzione e l’illusione di esserci è più importante della bellezza dell’essere.

Gli autobus colorati e antichi sfrecciano sotto sopraelevate mostruose, pronte ad inghiottire il cielo: ospitano treni moderni, che sfrecciano tra stazioni ultramoderne. Il cibo complesso e addobbato di bandierine, ghirigori e paillettes contro il cibo di taniche gigantesche contenenti sapori forti di zuppe, o banconi di pollo fritto, o banane e ananas e cocomeri.

Questa mattina suonano i Tame Impala ed io mi ritrovo qui, a programmare il mio futuro, preso dalle distrazioni dei nostri tempi, preso dalla distrazione innata del mio animo.

Questa mattina suonano i Tame Impala e riordinano le mie idee.

La creatività, quella, mi salverà, quella, mi lancerà in orbite lontane, dove luci soffuse e altre potenti mi avvolgeranno e annienteranno. Galassie che si espandono e comete e asteroidi ed io sarò libero di volteggiare, nella creativtà, io creerò qualcosa di bello, qualcosa di mio e troverò lo spazio senza accesso esterno della mia vita.

Un corpicino lento, un cuore piccolo, in espansione.

Piccoli gesti fragili.

Lo sguardo intenso. Vivo.

Il sorriso. Il sorriso spontaneo, amico, così grande.

Gesti goffi e romantici di un’età che fiorisce d’amore.

Sorrisi.

Gridarelli.

Amore.

Mi son svegliato così, con una gran voglia d’amare qualcosa di molto più grande di me.

Insidie e trabocchetti.

Viaggiare è splendido, questa non è una novità. Viaggiare non è solo svago però, o cartoline o cocktail in spiaggia fumando sigarette.

E’ programmazione, intensa programmazione. Soprattutto se si decide di buttarsi a capofitto in una nuova avventura in un paese completamente diverso, lontano, dai nomi, climi e abitudini esotiche.

Sono nella capitale della Cambogia, Phnom Phen.

Phnom Penh è una metropoli di circa 2 milioni di abitanti con un aeroporto non più grande di un supermercato Coop. Quando arrivi dall’alto in città osservi fiumi marroni, sterminate campagne, acquitrini ovunque, tuc tuc, motorini e biciclette che danzano sfrenatamente nel caldo palcoscenico del traffico locale, senza seguire alcun codice regolamentare.

Oggi, comunque, ho voglia di raccontare un piccolo aneddoto che vuol essere fortemente pratico e d’aiuto per qualsiasi persona sia intenzionata a recarsi in Cambogia in futuro.

Per la seconda volta ho avuto a che fare con un’esperienza di banconote semifalse o presunte false.

La prima volta è successo in un supermercato, in cui mi è stata data una banconota da 5 dollari americani (USD) di resto (in Cambogia si usa un sistema basato sulla doppia valuta: visto il bassissimo valore della valuta locale, il Riel, si fa uso praticamente per ogni operazione del USD adoperando il Riel per resti inferiori ad 1 USD, partendo il più delle volte da un valore di 4000 Riel per 1 USD), per un acquisto il quale aspetto mi è sembrato all’istante falso. Ho insistito con la cassiera sostenendo che fosse falso e ho ottenuto in cambio una diversa banconota da 5 USD.

Ho pensato di essermela cavata.

Mercado-central-Phnom-Penh

Oggi però mi reco a prelevare ad uno sportello bancomat della ANZ ROYAL BANK. Lo sportello non è affiancato ad una filiale della banca ma si erge solitario al fianco di un ristorante in una zona ad alta frequentazione occidentale, in quanto dominata da un imperioso centro commerciale da 5 piani.

All’atto di inserire la carta e svolgere le varie operazioni di prelievo lo schermo mi indica che non c’è possibilità di emettere scontrino. Senza pensarci molto continuo l’operazione e seleziono il prelievo di 250 USD. La banca mi informa della commissione per il prelievo: 5 USD, un’enormità in un paese dove un pacco di Marlboro da 20 costa 1.10 USD.

Ad ogni modo procedo con l’operazione e ritiro i soldi. Con mio grande disappunto ricevo 3 banconote da 50 USD e 1 da 100 USD che ai miei occhi risultano totalmente finte.

Sono in preda a rabbia. Non ho una ricevuta né una filiale di banca nei confronti della quale protestare.

Proprio all’altro lato della strada c’è un ufficio cambia-valute. Noto con sospetto un uomo sui quaranta anni, probabilmente cinese, avvicinarsi a me proprio mentre mi affaccio al bancone del cambia-valute. Lo stesso uomo mi aveva appena proceduto allo sportello bancomat prima che prelevassi.

Porgo le banconote al funzionario dell’ufficio, il quale mi assicura che sia il taglio da 50 che quello da 100 USD delle banconote sono veri. Scruto il suo volto con attenzione e perplessità, dopo di ché mi allontano e lo vedo scherzare e parlottare con lo stesso uomo cinese avvistato in precedenza. Mi sento in trappola, mi sento fregato.

Decido così di entrare nel centro commerciale e affidarmi ad una filiale della banca Canadia, che ho già visto numerose volte in giro per la città e che senz’altro mostra molta più affidabilità. Scoprirò poi su internet che i dipendenti della Canadia sono addestrati direttamente dagli americani a riconoscere le banconote false.

La dipendente mi assicura che le banconote sono valide. Tiro un sospiro di sollievo.

Per certezza mi reco anche ad un negozio di tecnologia e chiedo al commesso un suo parere. Anch’egli mi assicura della veridicità delle banconote.

Una volta ottenute 2 conferme fidate mi reco al supermercato dove acquisto con un biglietto da 100 USD una bottiglia di acqua da 50 centesimi. La commessa dopo varie manovre di accertamento della validità della banconota mi dà il cambio con banconote che questa volta hanno tutta l’aria di essere vere.

Credo dunque che non sono stato frodato.

Per sicurezza però vi inviterei a non prelevare soldi a sportelli bancomat che non vi sembrano molto familiari, di controllare sempre le banconote che ricevete come resto o da prelievo, specialmente di grandi tagli. Ho letto che ci sono diverse banconote finte (non tantissime in verità) in circolazione perciò fare attenzione ed essere scrupolosi mi sembra sempre una buona idea. Ovviamente essere scrupolosi è diverso dall’essere paranoici.

Tuttavia quando si tratta di paesi molto poveri, dove la maggior parte della popolazione vive con stipendi tra gli 80 e i 100 USD mensili (massimo 80 Euro dunque) non si può essere troppo rilassati e bisogna semplicemente seguire basilari regole di sicurezza e condotta.

Per il resto, il paese è irradiato dal sorriso diffuso e stupendo dei suoi concittadini. L’ospitalità sa essere meravigliosa e i costi davvero irrisori. Il mondo qui è indietro rispetto alla nostra idea di sviluppo ma si vede davvero tanta genuinità e voglia di vivere.

Del resto il regime dei Khmer Rossi di Pol Pot ha profondamente marchiato a sangue la storia recente dei cambogiani.

Pace e prosperità dunque a questo popolo. Che possa vivere in pace.

A volte accade che un’intuizione si materializza nella mia testa in modo rapace: repentina e fulminante.

Pensandoci bene mi rendo conto che il processo dell’intuizione funziona come quando scarichiamo un programma sul computer. Le informazioni si accumulano verso una direzione, è come se l’intuizione fosse al termine di quella barra verde. Quando tutti i dati sono stati caricati il prodotto finale è questa spia che si accende nella testa e che mi dona un’idea, un nuovo stato d’idea, che rimane lì a lungo finché una nuova intuizione mi colpisca di nuovo sullo stesso tema portandomi ad aggiornare le mie posizioni.

L’idea, in effetti, per quel che mi riguarda non è mai definitiva. L’idea è fluida. Ci sono stati di idee a cui si giunge ogni volta pensando. C’è troppa vita intorno a noi per pensare che un’idea, intesa come opinione, visione, possa rimanere immutata per sempre.

E questa abitudine a pensare costantemente rende le mie idee particolarmente mutevoli. E’ una cosa splendida. Perché la realtà, ho capito, non è mai semplice. Tutto ciò che è intorno a noi, in primis gli atteggiamenti che ci possono più o meno piacere delle persone, è costituito da un mondo complesso.

Accettare la complessità delle cose porta a grandi vantaggi.

Ad esempio possiamo prendere in considerazione una persona molto maleducata con cui dobbiamo avere a che fare per necessità (ufficio postale, banca, negozio).

La sua maleducazione può portarci a pensare cose negative di questa persona. O peggio ancora farci mutare il nostro comportamento, adattandoci alla sua bruschezza. Personalmente credo che questo porti a poco di buono. Credo che se si sta bene con se stessi, se si crede saldamente nei propri principi, non ci sia bisogno alcuno per prestarsi alla maleducazione, vizio orribile, per via di un maleducato.

Credo che sorridere e semplicemente rimanere se stessi sia un gesto di grande maturità. Credo che cercare di immedesimarmi nella persona che abbiamo di fronte, pensando che magari ha avuto una giornata storta o che semplicemente prima di servire noi ha ricevuto una chiamata in cui lo si informava del non funzionamento recidivo dell’impianto dell’aria condizionata a casa sua e che ripararlo, in quanto ormai scaduta la garanzia, costerà molti soldi che in questo momento magari non ha per via di una forte crisi che attanaglia il suo negozio, magari per via di un competitor che ha da poco aperto i battenti proprio all’altro lato della strada.

Dicevo.

L’idea è un concetto fluido e accettarla per questo suo grado di parzialità, accettando di mutarla e di esplorarla, credo sia un segreto importante per guardare il mondo.

Tutta questa introduzione (a proposito mi rendo conto del mio essere prolisso in modo esagerato, soprattutto quando scrivo, e me ne scuso) mi serve semplicemente per esprimere un’intuizione che mi si è materializzata in testa durante l’ultimo mese speso in Italia.

Non tornavo da 15 mesi, durante i quali ho vissuto negli Stati Uniti, e, all’improvviso mi sono reso conto da cosa deriva principalmente il mio grosso sentore di insofferenza e repulsione che matura in me quando mi trovo nel mio paese.

Lo scontro. Perpetuo, maleducato, sgradevole, onnipresente.

Negli Stati Uniti si ha un’idea dell’Italia pittoresca per lo più. L’Italia: vino, relax, stile di vita meraviglioso.

E’ stato parecchio difficile spiegare agli americani che questa visione non risponde alla realtà, che in realtà è uno stereotipo a cui piace loro aggrapparsi.

Tornare in Italia dopo il lungo periodo mi ha reso piuttosto evidente ai miei occhi il grado di scontro quotidiano che si insinua nella nostra società piuttosto.

Andare alla posta dove ti viene fatto un sermone o magari semplicemente un rimprovero sgradevole se si prende un bigliettino per una fila sbagliata. Per strada, dove vige la regola della prepotenza e dove il clacson si sgola senza ritegno. Tra persone, quando esporre un’idea, magari particolare, coincide col dover aver a che fare con detrattori di ogni genere che magari avvertono il semplice gusto di darti contro per sport.

Con non conoscenti che mostrano sempre molto spirito malfidato, che non rispondono mai a sorrisi spontanei, che non sanno come rispondere ad una persona che magari prova a fare due chiacchiere con loro.

Ho notato la poca propensione a vivere bene, ho letto l’atteggiamento malfidato negli occhi di molti. Ho letto gelosie, forti gelosie verso chi non ha paura di mostrare la propria personalità. Ho notato una lotta a buttar giù chi qualcosa di buono la sa fare. Una lotta a denigrare.

Ho meravigliosi amici. Conosco gente meravigliosa. Chiaramente non mi riferisco a loro. Chiaramente mi riferisco ad un atteggiamento generale. Un atteggiamento distruttivo, un atteggiamento che sa imbarazzare, una tendenza ad uniformare.

In particolare faccio riferimento alla città di Roma, più vicina a me geograficamente, affettivamente nonché a livello familiare.

Ma anche girando per l’Italia, nell’ultimo mese, ho notato atteggiamenti scorbutici ovunque. Forse Venezia in questo contesto non fa testo in quanto piccola, altezzosa perla turistica praticamente unicamente popolata dal turismo di ogni genere, che può portare ad un grado anche maggiore di maleducazione.

Ma anche girovagando per la Toscana, ho trovato ristoratori musoni, camerieri ignoranti e poca disponibilità diffusa.

Ora, mi rendo conto di poter sembrare un bacchettone. Ma, mi chiedo anche perché tutto questa attitudine allo scontro mi sia venuta in mente dopo questi 15 mesi passati all’estero.

Beh, semplice. Negli Stati Uniti c’è uno spirito di cordialità molto più diffuso. Provate ad entrare in un qualsiasi bar, ristorante e vedrete con quanti sorrisi verrete accolti. Provate a fare una richiesta ad un cameriere in un ristorante e vedrete come si prodigherà per servirvi. Fate la fila per un ufficio qualsiasi, un servizio pubblico o privato qualsiasi (posta, banca, documenti vari) e vedrete la differenza con i nostri depressi operatori (ove la depressione chiaramente deriva oltre che da una predisposizione personale a volte anche dai ritmi di lavoro stressanti, dalla totale disorganizzazione, dalla totale maleducazione dei clienti a loro volta e dalla assoluta mancanza di gratitudine nello svolgere il proprio lavoro).

Fate un giro per strada e provate a sorridere a qualcuno.

Certo, c’è anche da dire che dietro atteggiamenti molto cordiali e sorridenti, spesso si nasconde un’impostazione quasi plastica, non autentica, tipica della società americana.

Tutti si sforzano a non urtare, ad apparire cordiali ed amichevoli, poi magari però c’è scarsa attitudine ad approfondire il rapporto.

Il punto è pero che si vive meglio quando si entra in un negozio e si viene salutati e magari accolti con un sorriso. Si guida la macchina e non ci sono battaglioni di suv inferociti, motorini, smartine, cinquecentini a suonare la settima sinfonia di Beethoven coi clacson. Si entra a lavoro e non scorgi negatività quanto sorrisi e una accoglienza positiva. Quando si impiegano 10 minuti per ottenere un documento ad un ufficio pubblico. Quando tornando a casa, con le mani occupate dalle buste della spesa, provi ad aprire il portone del tuo condominio e una ragazza si ferma, ti apre la porta, ti lascia entrare e ti sorride meravigliosamente.

Siamo o non siamo un paese fondato su stress, scontro e gelosia?

Io credo di sì. E credo abbia molto a che fare con le moltissime mancanze con cui quotidianamente abbiamo a che fare semplicemente vivendo la nostra vita.

Quando effettuare una ricarica della posta pay impiega 2 ore di fila e magari il muso incazzato di un impiegato della posta, come si fa ad uscire dall’ufficio col sorriso sulla faccia e fare magari buon viso a qualche stronzo che ci taglia la strada o che non ci dà la precedenza.

Certo, mi rendo conto di aver basato l’introduzione di questo post su concetti di comprensione verso il prossimo. Credo che proprio questo tipo di comprensione in effetti mi abbia portato a realizzare quest’intuizione verso la nostra cultura. Cercando di immedesimarmi nell’incazzatura degli altri mi sono ritrovato a constatare quanto vasta la gamma di motivi potrebbe essere.

Ciò non vuol dire che rimangio quel che scrivo all’inizio: bisogna comunque sempre cercare di capire persona dopo persona le motivazioni di certi atteggiamenti e soprattutto non cedere alla maleducazione, mai. Fare questo sforzo però non vuol dire automaticamente vivere bene, ma vivere meglio.

Per me civiltà è un concetto che parte dal grado di scontro presente nella società.

Per me è diventato difficile vivere in Italia.

Mi piace e mi è sempre piaciuta l’idea di questo blog come rifugio.

Rifugio da una società affaticata e pervasiva. Rifugio da un’inafferrabile privacy.

Metter su queste cuffie e perdersi per un po’ unicamente nel vortice libero e indomito dei pensieri.

Soprattutto all’indomani di una nuova avventura che mi vedrà solcare terre d’Oriente così lontane ma mai così vicine.

All’indomani di una nuova, stimolante sfida.

Lo stato d’animo è tinteggiato di pace.

Ascolto dopo tanto tempo questo pezzo di Elisa, Rainbow. Il suo video, sottofondo ad una melodia bella e naturale, mi riporta con la testa ad un passato di bellezza.

Un passato che sa odorare di poesia.

Nei suoi occhi felici e liberi, nelle sue movenze buffe e umane vedo la poesia della vita.

Lo slancio che dona gioia e bellezza alla possibilità splendida che quotidianamente abbiamo di fare la differenza.

Guardo al mio passato attraverso la sua voce, passione, sorriso e mi piange di nuovo il cuore di gioia.

Come mi è successo ieri ascoltando Divenire di Ludovico Einauidi.

Io credo che la musica sia il mezzo di trasmissione di emozioni più potente al mondo. Io credo la musica ha il potere più devastante e incredibile che si possa concepire sull’umore delle persone.

O almeno su di me. Con il capo vacillo, chiudo le palpebre: mi vedo a 27 anni con una vita davanti e tantissima vita già dietro alle spalle.

Mi adagio su un’onda, ascolto le vibrazioni del mondo.

Mi sveglio, son desto.

Voglio ancor di più dalla mia vita: sperimentare ancora tanto, spingermi oltre, fare qualcosa di importante. Amare come se non ci fosse un domani.

Voglio continuare a fare della mia vita la mia opera più importante.

E tralasciare le scariche di tensione e negatività, cestinarle e mai più rivederle.

La storia di Elisa, la mia storia, la storia dell’umanità intera.

L’odio, la maleducazione, la cattiveria..possono essere sentimenti che ci ottenebrano il cuore per qualche attimo. Per poi riprendere a sorridere e guardare alla vita con un radioso, ardente sorriso.

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: