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Qualche giorno fa, scendendo le scale della metro ho avuto un’illuminazione. Avevo una scelta: scendere prendendo le scale mobili o scendere usando le scale regolari.

Ho osservato che la maggioranza delle persone si accalcava verso i stretti varchi delle scale mobili mentre erano molto pochi coloro che decidevano di scendere le scale a piedi.

Ho pensato che questa normalissima e quotidiana scena rappresentasse in modo molto reale, aderente alla realtà, il percorso che oggi ognuno di noi effettua per arrivare ad un’idea.

Ho scritto un post qualche tempo fa che, tra salti mortali (logici) e molto fervore, cercava di comunicare, in poche parole, come il percorso moderno per arrivare all’idea (un’idea, le idee sulla vita, sugli aspetti di essa, sulle questioni che regolano i nostri comportamenti, la nostra morale) fosse  molto spesso incanalato da quella che può essere definita opinione pubblica.

L’opinione pubblica predominante, come già nell’800 un pensatore come Tocqueville osservava, costituisce oggi una sorta di dispotismo leggero sulle idee. Essa si compone di schemi di pensiero e posizioni universalmente condivise, essa appone dei limiti in determinate materie che il solo ragionare oltre di esse può costare oltre che l’incomprensione, l’emarginazione.

Non penso di svelare un segreto dicendo che una caratteristica negativa della democrazia odierna sia che moltissime persone alla fatica (bellissima fatica) di pensare ed arrivare con un proprio percorso ad un’idea preferiscano aderire ad una che sia già presente nella società (conformismo?).

Ecco, è in questa premessa che ho riconosciuto una metafora lampante in un saliscendi di una metropolitana.

All’improvviso mi è apparso chiaro come coloro che scendevano comodamente trasportati da quel macchinario, autentico simbolo postmoderno, posto lì a gridare “Siamo un popolo così evoluto che ormai non dobbiamo nemmeno più fare la fatica di camminare”, erano coloro che , se fossero state nel mondo delle idee si sarebbero servite di quello stesso macchinario astruso, impersonale per arrivare ad un’idea.

La differenza tra chi scende le scale con le proprie gambe e chi sceglie il trasporto automatico non è percepibile quando entrambi sono arrivati in fondo alle scale.

La differenza è celata dietro un’apparenza difficile da scandagliare. Ma chi quelle scale le ha percorse da solo, in qualche modo, è una persona che ha conquistato con le proprie gambe il fondo delle stesse.

Si può dire la stessa cosa, essere d’accordo sulla stessa cosa, ma un conto è che a quell’idea ci si sia arrivati da soli, con un percorso di comprensione, osservazione, incognite; un conto è arrivarci con una scala mobile che abbia sacrificato, all’altare della comodità, la propensione a pensare, a capire, a valutare il corpo di quell’idea.

In quelle scale mobili ci ho visto questo:  la società moderna in cui si vive custodisce il gran difetto di poter condurre le persone che la compongono dove essa vuole. C’è una quantità di modalità incredibile con i quali le nostre menti possono essere veicolate entro determinati margini di pensiero senza che ci si possa rendere conto.

Ma lo sforzo che ogni individuo fa per arrivare da solo ad una sua idea, investendoci tempo e dedizione, penso sia il più grande segreto della libertà, l’unico modo per godere della stessa pienamente, l’unico modo per esaltarla e prenderne le chiavi in mano.

Mentre tutto questo inferno mi si scatenava in mente avevo appena posato il mio piede sulla scala mobile.

Ho pensato che in ogni dove, oggi, c’è sempre una scala mobile pronta a condurti ai suoi comodi, popolosi lidi. I lidi della facile verità, quella accessibile a tutti, sembra.

IPostmoderni

 

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C’è un’età, all’incirca sui 12/13 anni ma anche 14 in cui si possono dire cose molto stupide. Ma siamo giustificati, siamo in crescita e in un limbo assurdo tra fanciullezza e vita, comincia a prendere sembianze adulte, cominciano a  susseguirsi esperienze che da sempre abbiamo visto con gli occhi di bambini ansiosi di crescere. Poi ci completiamo e forse non è di questo che volevo parlare.

Questo post non sa dove vuole andare, è partito perché doveva partire con un album dei nirvana posto in riproduzione casuale e riproduzione casule vale anche per le mie idee. Vediamo, non penso che un post, ogni post, ogni idea debba seguire un percorso, o meglio, gli schemi mi stancano parecchio e mi fanno abbandonare la nave ancor prima di salirci. Mi piace l’inizio di ogni cosa, la fase entusiasmante, non mi piace lavorarci sulle cose, e per me lo sforzo mentale è un ostacolo duro da superare in quasi tutto ciò che faccio.

Detto ciò, una cosa che so, per certo, è che sono poco adatto al contesto in cui mi trovo oggi. Non so perché la vedo così ma ogni giorno mi giro intorno alla ricerca di qualcosa che possa calzare a pennello per me, ma non ho idea di cosa possa calzare in questo ibrido di persona che sono io.

Tendo a parlare al personale ogni volta, ho paura che i pochi lettori, casuali o meno, che mi leggano intravedano presunzione in ciò che dico. Così non va.

Si finisce sempre per non dire mai niente. Se ogni volta devo stare a pensare ad avere fonti e cose certe, conclamate per le mani non si affitta mai, non si dice mai ciò che si sente. Più che altro bisogna stare attenti a generalizzare ma quel che noto, che osservo è che, per quanto uno si possa sentire fuori da ogni contesto, da ogni comprensione, empatia possibile, questa è una grossa, immane stronzata. La nostra, o meglio la mia, ma sì anche la nostra va bene, è paura, paura di dire le cose, paura di esporci, di andare fuori dal coro, di essere giudicati. Essere giudicati fa paura ad ognuno di noi. È o forse no un grosso freno alle nostre azioni? Il principale direi. Il freno morale. Cos’è che impedisce ad ognuno di noi di dar vita alle proprie perversioni? A quanti di noi non è mai capitato di fare pensieri poco edificanti, di cui vergognarsi e di cui rimproverarci noi stessi solo per averli concepiti? Tante volte. Per lo meno a me. Attenzione quella è una delle cose più magiche che secoli di storia e evoluzione hanno portato alla nostra società. Un freno morale, costante e invincibile che ci tiene alla lontana dalle cose più “strane”, meno accettate dal comune giudizio. È forse una sorta di tirannide della maggioranza? Beh direi di sì. Non sono cose che dico io, attenzione. Sono nozioni universitarie che ritengo vere, con l’osservazione. E sono consapevole di non esprimermi un granché chiaramente.

Quel che voglio dire è comunque che c’è un livellamento, agisce un livellamento, un’autocensura verso tutto ciò che appare ai nostri occhi moralmente pericoloso per la società. Antidoti alle influenze amorali che albergano in ognuno di noi, in quanto esseri umani.

Siamo esseri umani civilizzati(anche se a giudicare da come i romani parcheggiano le loro vetture non si direbbe) e abbiamo un complesso patrimonio genetico/morale all’interno di noi stessi dalla nascita. Il bagaglio morale culturale della storia. Siamo il risultato di secoli di storia. Il nostro bagaglio è il bagaglio del XXI secolo e della società occidentale. Fossimo nati nel Medioevo avremmo avuto un bagaglio diverso e tante cose oggi amorali, che provocano sdegno e intima vergogna al giorno d’oggi ci sarebbero parse normali. Eppure saremmo stati esseri umani comunque. Oggi siamo cittadini di questo posto, in questa epoca, in questo contesto, con questa cultura. E la parte di noi autoctona che scalcia e si dimena viene per forza di cose sottomessa ai valori contemporanei.

Cose come incesto, il concetto della schiavitù, della prostituzione infantile, della trucida violenza, la legge del taglione, la tortura, il matrimonio di casata sono cose verso le quali ci rivoltiamo con sdegno anzi di più, che non sappiamo concepire. Ci sono state epoche in cui tutto ciò ci sarebbe apparso normale.

Ad ogni modo. Questo è probabilmente qualcosa di estremamente positivo. Voglio dire è l’evoluzione, ciò per cui prima di noi gente altissima ha combattuto, è morta, ha lasciato i suoi beni più cari. Ogni volta che qualcuno è morto per la gloria, l’onore, la dignità, la civiltà ha apposto il suo tassello per costruire un movimento sempre più glorioso e sublime fino alla libertà.

Ma questi sono gli ideali altissimi di cui oggi disponiamo con grande fortuna e con poca gratitudine. Molti della mia generazione ignorano che fino a che siamo stati niente più che bambini il mondo continuava ad essere invischiato in una immane guerra. La guerra fredda.

Non parlo di queste idee. Io parlo invece dell’ipocrisia, dell’indignazione bacchettona, dei limiti morali entro cui ci si trova oggi. Io parlo della goffa abitudine di comportarci tutti all’interno di certe categorie di comportamenti. Io penso alle regole di comunicazione. Io penso ai formalismi. Io penso alla sincerità. Penso a quello che non si dice perché oggi dire qualsiasi cosa è indice di cattivo gusto. Penso all’odio per il politically correct. C’è qualcosa che mostri con più evidenza di quanto non lo faccia la pratica del politically correct gli effetti della tirannide della maggioranza?

Non si può parlare di razze, di religione, di sesso, di politica. Non se ne può quasi mai parlare per quanto abbiamo confinato questi argomenti in cave profondissime chiamate tabù.  Anni di storia ci hanno insegnato che forse è meglio non parlare proprio di certi argomenti. Non è forse una sconfitta? E capisco che la società abbia difficoltà ad affrontare tutto ciò nei giornali e nelle voci del sistema odierno. Ma perché noi dobbiamo fare lo stesso? Perché noi non possiamo parlare presumendo, per una volta, che non si parta da nessun pregiudizio? Quel che voglio dire è che all’altare dell’equilibrio sociale è stata sacrificata l’autonomia intellettuale più assoluta. Uscire fuori da certi campi morali oggi è qualcosa di estremamente complesso, richiede uno sforzo mentale molto grande. Andare contro tutto ciò che ci circonda, osservarlo da un altro punto di vista. Penso che questo mondo sia accessibile a veramente poche persone, i cosiddetti “intellettuali”. Siamo davvero liberi di pensare tutto ciò che è pensabile? Personalmente, sono convinto di no.

Un tempo, agli inizi del XIX secolo un gigante della storia, Tocqueville, scrisse che uno dei suoi maggiori timori riguardanti la democrazia fosse proprio questo. Nei tempi in cui la società era troncata in aristocrazia, borghesia e terzo stato i studiosi erano aristocratici e, in quanto privilegiati, dedicavano la loro vita allo studio. Il fermento e l’ambito del loro pensiero/studio esulava da limiti morali, li aggrediva, li discuteva. L’aristocrazia era altra cosa rispetto al popolo che non deteneva alcun potere. Nell’osservare la nascita del sistema democratico americano Tocqueville osservò che uno dei maggiori timori per la futura società democratica era che la tirannia della maggioranza avrebbe messo fuori discussione, destituito tutti quegli argomenti che non avrebbero trovato il favore della maggioranza, ormai detentrice del potere.

Ad oggi mi pare che questo sia avvenuto. Ciò di cui la società non parla, ciò che la società non accetta , tutto ciò non viene nemmeno messo in discussione. Delle volte crediamo in cose che, a pensarci bene, non si conoscono nemmeno. L’onestà, l’onore, la dignità, la fedeltà, i precetti morali. È tutto già scritto, è tutto posto al di fuori di ogni conversazione, discussione? Le razze, Dio, la religione, il sesso.È  tutto stabilito,già pronto per essere accettato?

Non penso che questo sia il dovere di ogni individuo. Penso che ognuno debba, come personale percorso di arricchimento interiore, domandarsi su tutto ciò che ci circonda e guida i nostri comportamenti. E capire se ogni cosa che facciamo, pensiamo, deriva veramente da ciò che è la nostra volontà o se lo si fa,pensa perché è così che la società ci insegna, ci impone dolcemente.

Chissà. Possiamo parlarne, ammesso che il mio pensiero sia sufficientemente chiaro.

A presto,

IPostmoderni

ps: cfr https://ipostmoderni.wordpress.com/2011/03/24/its-your-agenda-not-mine/

 

 

Ancora mi ritrovo qui a chiedermi cosa c’è che non va in ognuno di noi.

Scrivere per me è sempre stato, forse, l’unico mezzo di razionalizzazione di cui dispongo. Prima di questo momento, per me sublime, che di solito sposo con un sottofondo musicale, tutto ciò che ho in testa è una nube fitta in cui si susseguono pensieri e idee che non fanno corpo unico, quanto una confusione bestiale che mi inibisce, mi rende confuso e alla ricerca di una via d’uscita. Lo scrivere per me è una terapia, una pulizia, uno spostare al di là della mente alcune radici infinite, alcuni filoni kilometrici di pensieri e sensazioni ai quali dedico interi periodi a volte bui.

Oggi la specializzazione è la via per emergere.

La specializzazione è il simbolo della rivoluzione industriale, il simbolo del capitalismo moderno in cui ognuno deve aver quel ruolo. Ognuno deve essere completo e fonte di garanzia per quel che copre, per ciò che fa. Alcuni ruoli sono fondamentali e vengono retribuiti nel modo migliore, altri sono considerati ruoli minori e vengono retribuiti con briciole, a volte bruscolini, un pochino più sfiziosi, ma pur sempre bruscolini. Ci sono tantissime storture nel sistema. Un calciatore che guadagna milioni di euro è una stortura, gli strozzini che applicano interessi usurai sui capitali prestati, sono una stortura, i dirigenti. Ci sono poi storture sociali che derivano da meccanismi che più che premiare la specializzazione, già di per sé carattere poco umano, perché l’uomo diventa oggetto, l’oggetto del suo lavoro, se si vuol esser precisi, premiano logiche di conoscenza, furbizia, comportamenti immorali. Questa è una peculiare caratteristica italiana. La furbizia qui è un alto valore, chi è furbo viene rinfrancato, esaltato con l’appellativo probabilmente in uso prevalentemente a Roma, o comunque nel Lazio, di “sveglio”.

Una “persona sveglia” è una che sa come fregare il prossimo, che non rispetta una fila, che si accaparra di diritti pur non avendone i requisiti per goderne. La furbizia, al di là delle dichiarazioni di facciata, è un valore ampiamente riconosciuto in certi ambienti, in questa collettività.

Se la tv è la propagazione di questo sistema, la proiezione dello stesso, tantissimi parenti e specialisti riciclati la popolano. Il dramma è che sono ascoltati e magari, le loro tesi discusse.

In una società in cui ognuno è specializzato in qualcosa e in una peculiarità italiana in cui la furbizia è innalzata a valore universale, ci sono ulteriori vizi che rendono il clima e la qualità morale civile dispendiosamente marcia.

Non sarò certo io ad evidenziare l’individualismo che impera in questa epoca.

Parlare di individualismo ed egoismo in termini generici, a mio modo di vedere, non ha molto senso. L’individualismo è insito nell’uomo. Ogni singola azione, a mio personale parere, è pervasa da un interesse proprio. Chiaramente l’interesse può essere scisso in positivo e negativo. L’interesse positivo porta ad azioni “belle”, sociali, solidali. L’interesse negativo porta a sé stesso, punto e basta, magari a discapito di altri.

L’individualismo che vedo oggi è l’individualismo legato all’interesse della specie negativa. Una caratteristica che ogni giorno risalta ai miei occhi è la cattiveria. La cattiveria è diversa dalla verità. La verità è l’oggettivo seppur presunto punto di vista del soggetto. La cattiveria è invece un’arma, estremamente diffusa. La cattiveria è presente nei bar, nelle pizzerie, nelle amicizie, negli autobus, ovunque. La cattiveria vive sotto variopinte forme, di cui forse la più diffusa e generica è la maleducazione. La cortesia, per lo meno nell’habitat romano è un miraggio che si materializza in modo estremamente raro.

La cortesia è un atteggiamento che molto spesso, in una società così costruita, diventa spesso indice, erroneamente, di inferiorità.

La cattiveria è molto spesso gratuita e da cosa è data se non da una esasperata esigenza di affermazione di sé stessi? Qual è il miglior modo di difendere se stessi, la percezione che si ha di sé, se non attaccando, delegittimando, trattando male qualcun altro?

Quanti di noi non si sono mai scagliati contro qualcuno consci della sua debolezza? Tutt’ora questo è qualcosa che, personalmente, mi provoca vergogna.

Questo modo di intendere l’altro, questo diffuso senso di maleducazione, mancanza di rispetto per qualsiasi sfera individuale, spinge con incessante vigore l’individualità di ognuno a sviluppare armi di salvataggio, di difesa. La cattiveria si combatte con un atteggiamento altrettanto o ancora più cattivo.

Questa è la sconfitta della socialità.

Questo è il fondamento di questa pseudocultura piccola che caratterizza in particolar modo Roma. Un terzo lo fa a me, io sono autorizzato a farlo a qualcun altro. C’è dunque un cattivo originario il quale ha dato vita ad una schiera infinita di cattivi. Il risultato è che oggi uno dei fondamenti morali più in voga in questo contesto è basato sul “tutti lo fanno, perché non anch’io? Son mica fesso!”.

Il degrado che circonda questa impostazione è oggi evidente. La crescente necessità di sistemazione a fronte di un progressivo impoverimento delle possibilità, capacità occupazionali, portano ad una competizione sfrenata e ad una corsa all’accaparramento della cosa. La competizione ha spodestato la collaborazione, la socialità. Ormai c’è da combattere anche per comprare un filone di pane o salire su un autobus.

Il degrado sopracitato ha portato ad una radicalizzazione del contrasto sociale, la cattiveria in forma di maleducazione, mancanza di rispetto, furbizia, regna sovrana in tutti i contesti. La purezza è ormai qualcosa di molto raro. Un sorriso complice è ormai merce sempre più occasionale.

Roma, con le sue braccia deboli, non è un posto di amici, è un posto che ai miei occhi fa risaltare curiosi fenomeni sociali, curiosi comportamenti diffusi e ormai convenzionalmente accettati.

Non voglio imbracciare le armi per difendermi da questo. Penso che continuerò a passare per uno che non sa difendersi. Fino al giorno, prossimo, in cui l’unica chiara soluzione a tutto ciò non sarà che emigrare, andare via, lontano.

Il cibo italiano mi piace un sacco, ma per il resto penso proprio di non sapere apprezzare molto di questo mio paese natale.

IPostmoderni

ps Ella Fitzgerald per non prenderci mai troppo sul serio

 

Il problema è che sono circondato da esibizionisti.

Consci dell’appeal, formula data da diverse fortunate variabili, bellezza, intelligenza, brillantezza, ci sentiamo,a diversi livelli e con le dovute distinzioni, superiori. E ci siamo.

Ci siamo perchè la convinzione di essere migliori degli altri è un’illusione irrazionale volta a coprire il fardello di non essere altro che uno in un mondo di migliori e peggiori. Del resto il nostro esternare compassione verso coloro che sono diversi da noi non è altro che un celato modo di dichiarare il nostro primato.Del resto criticare la diversità degli altri è un modo anche un po’ vanesio di esaltare se stessi, indirettamente. Se tutto ad un tratto, un giorno, ci svegliassimo in un contesto di persone che si vestissero benissimo, che fossero dotate di somma cultura, che parlassero solo di cose interessanti, la nostra “specialità” dove andrebbe a finire? Diventeremmo tutti uguali! Finalmente, verrebbe da dire!Neanche per il sogno..brameremmo i giorni in cui eravamo soli tra branchi di pecore e in cui avevamo gioco facile a sentirci migliori.

Ad ogni modo, la tendenza a sentirci migliori dunque, come, che so, meccanismo di autotutela,  è diffusa ( numerosi gli status di facebook che recitano più o meno così: “oddio perchè la gente è così ignorante?” oppure “la gente tanto parla solo di novella 2000 e uomini e donne!” e via dicendo)

Condizione diversa però è quella di chi, dotato di appeal, come dicevo sopra, aggiunge a questa tendenza una dose di sfacciataggine e superiorità manifesta. In poche parole la differenza tra le due condizioni è che solitamente la tendenza autoprotettiva a sentirci migliori o comunque non inferiori è di genere passivo. Mi attaccano e io mi difendo.

La sfacciataggine invece e la superbia è un atteggiamento attivo e, spesso, invadente (Sgarbi esempio limite). In ogni luogo, mentre, perchè c’è un’esigenza grandiosa di mostrare, ed esibire (frasi altisonanti, foto ad effetto, buona pubblica vendita delle proprie passioni)

In poche parole la tendenza all’autodifesa è degli insicuri o di coloro che sono fuori dai giochi: sono sicuri delle loro qualità, calati nel loro mondo perfetto e dove tutto fila meravigliosamente, che non hanno bisogno di alcunchè da esibire (categoria a dire il vero, rara. Cavolo, rara per davvero!)

La tendenza invece ad apparire con tutti i modi e mezzi, a tutti i costi, è parte di chi ogni giorno si sente meravigliato e felice del suo appeal. Di chi ne sta prendendo pian piano confidenza, rischiando però passi falsi che possano deteriorarlo. Chi appare molto, del resto, può far parte del rischioso mondo della certezza assoluta, del castello che può crollare da un giorno all’altro, a seconda degli incontri, situazioni, relazioni con contesti diversi (internazionali ad esempio: tanti appeal possono vanificarsi all’estero e,dunque, provocare una caduta più o meno rovinosa del castello!)

Cosa ne penso io?

1 Che chi ha la fortuna di godere di questo appeal, condizione vincente e preponderante nella società attuale, non dovrebbe per questo abusare dello stesso. Mai. Nei confronti dei deboli, dei “no-appeal”. Dovrebbe cercare meno esibizionismo. E’ vero che le persone sono “accecate” dall’appeal ma è altrettanto vero che c’è chi, per una questione di autodifesa e coscienza nei propri mezzi, ne dubita con fervore. E cerca di capirlo, verificarlo fino a cercare di giungere al confine tra esibizionismo e la sostanza che vi si nasconde dietro, se ve ne è.

2 Chi questo appeal non ne ha deve capire se ciò che sta vivendo lo rende veramente felice e non deve troppo preoccuparsi di chi gode di appeal. Può essere un appeal vuoto e alquanto postmoderno (basato dunque sulla logica moderna del successo=appeal-look ok, simpatia,soldi, piercing/tatuaggi/accessori).

3 Esistono appeal silenziosi, che di solito sono i più interessanti. Che non hanno bisogno di urlare ma che si nutrono di vita, in modo naturale.

4C’è un costrutto sopra così tanti atteggiamenti quando alle volte bisognerebbe semplicemente essere noi, richiamare la voce dell’essere che in noi si culla: l’anima, parte distaccata dal corpo.Percorso virtuoso e difficile, oggi.

Invito a diffidare della superbia. Invito a smettere di guardare con ammirazione cose di superficie. Cose che non lasciano intravedere sostanza. Invito a seguire il percorso illuminato di noi stessi, fino all’ultimo giorno.

Forse più che un invito a voi, è un invito a me stesso.

Vostro.

Ipostmoderni.

sbuffo frenetico, pensavo di morire, come se mi fossi svegliato di soprassalto da un incubo.

Cristo, incubo, mal di pancia, che roba. Impressionante.

Ho passato gli ultimi anni della mia vita ad assistere ad un personale e collettivo declino della qualità della vita, della materiale vita vissuta. Anni di progresso e di crescita, la tecnologia, come ogni cosa, è diventata accessibile, il computer portatile non un lusso ma una necessità. Per tutti.

Ho visto la mia generazione trasformarsi e me stesso. Ho abitato con due ragazze austriache e una finlandese. Una tendenza che non rassicura. Ho visitato tante case di studenti universitari. Il primo anno nessuno aveva un computer suo e si studiava, si vedeva la tv, si parlava, chiacchierava tra amici. Il gossip era superficiale e pieno di falle, più autentico, meno controllato, di certo.

Ci sono tornato a distanza di un paio di anni. E tutto è cambiato. Le case non comunicano e lo si può ben vedere. Le stanze non riecheggiano di emozioni, ma di parole informatiche. Gli studenti non comunicano, non brillano, non giocano, non studiano. Gli studenti si chiudono in tante piccole cellule wireless che racchiudono tutto, ma proprio tutto il mondo.

Puff. Ansimare frenetico. O cristo santo cosa sto diventando. Totalmente accerchiato da cose più grandi di me. Grandi aziende mi ridicolizzano con le loro illusioni di consumo. Incrementano il loro appeal e artigli e trabocchetti per tenerti sempre in prima linea, pronto a consumare. Cose più grandi. Cose interessanti, si, se c’è un mondo che vivi di prima persona all’infuori di esse.

Stiamo confondendo il tutto e le ultime scuse non reggono. Non è Facebook, non solo, attore principale della spersonalizzazione dei rapporti e della liquidazione della vita vissuta. E’ il web, che ci globalizza, ci informa e ci ammala, ci rende pazzi malati in perenne necessità di notizie, notizie, notizie, foto e video.

Diamoci un taglio!!

Sono cose più grandi di noi! Cosa vogliamo fare..ammazzarci di materiale, inglobare fino ad esplodere e smettere di vivere? E’ un sistema che mischia sapientemente suggestioni, interessi con pubblicità di ogni tipo, colore, forma. Ci stiamo chiudendo come fossimo ricci, nel nostro beato mondo scuro.

Ripresa, ripresa stabile. Spegniamo i computer, spegniamoli per almeno 1 settimana!

Ripresa completa. Una settimana senza computer.

Riprendiamoci. Ricompriamo giornali. Leggiamo. Usciamo a fare una passeggiata. Annulliamo questa oppressione, gabbia che ci stiamo creando da soli…un grido per la libertà, un grido per renderci conto che noi siamo esseri umani, cosa diversa da macchine. Le macchine le abbiamo create noi e oggi, oggi ci stanno annullando, conquistando.

Torniamo per una settimana a tempi ormai lontani in cui la vita vera era protagonista e la tecnologia raro momento di svago. Risentiamo per una settimana la bellezza di avere tanto tempo per noi, impiegato a vivere e fare tutte quelle cose che non facciamo mai.

Mi sono svegliato dall’incubo, spero in tempo.

Ho voglia di riappropiarmi della mia vita.

 

Ipostmoderni.

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