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Stringila forte, stretta al cuore, dille che l’ami e che l’hai sempre amata.

Dille che sempre è stata per te la spalla irremovibile, la più importante certezza della tua vita, la stella polare del tuo percorso che spesso ti smarriva e ti faceva piangere.

Dille che è forte come nessuno mai, dille che ha coraggio da vendere da sempre, da quando è bambina e dille che lo apprezzi, lo hai sempre apprezzato.

Quell’abbraccio forte, come fosse la cosa più preziosa che ci sia al mondo, tremare e sentire una tensione gigantesca nascere dentro te.

Dille che non vuoi mai vederla soffrire o piangere, dille che la vorresti sempre vedere sorridere, che ti mancherà sempre, che anche quando non sei vicina a lei la pensi e vuoi per lei tutto il più bello.

Stringila forte a te, non aver più paura della paura di apparire vero, sganciati dalle mere formalità e lascia che il tuo cuore esprima per te quanto lei sia importante per la tua vita, quanto costituisca la colonna portante di tutto ciò che è stato e che sarà.

Dille che grazie alla sua forza ti sei potuto rinforzare anche tu e diventare una persona migliore. Dille che è la tua fonte di ispirazione, da sempre e che non vorresti mai ferirla.

Accovacciata, all’angolo, tu prendila in braccio, baciala e carezzale il volto.

È il volto di ciò che di più puro esiste al mondo.

Il volto di una madre.

Ipostmoderni

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Appena rientrato da questo splendido viaggio in Irlanda, senza nemmeno calarmi nella routine, senza nemmeno riprendere a respirare l’aria di casa, trattenendo il fiato, accendo il computer e mi calo nel racconto di uno dei posti più meravigliosi che ho mai avuto modo di visitare: le scogliere di Moher.

E allora sono qui con la finestra aperta, lasciandomi cullare da una fresca, leggera brezza che tanto mi ricorda paesaggi mozzafiato, con gli u2 di sottofondo che racconto il luogo dell’incanto, quella fonte di ispirazione così candida che ho scelto come sfondo del mio blog.

Quando a bordo di una macchina ti perdi nei meandri dei paesaggi irlandesi capisci quanto sia splendido vivere, quanti tesori spettacolari il mondo ti aveva nascosto fino a ieri, di quanti posti ignori persino l’esistenza e di quanto ciò possa essere non solo un grande peccato ma quasi un crimine contro te stesso.

Perché questo paese è tagliato dolcemente da piccole e graziose stradine contornate da infiniti pascoli di mucche, pecore e capre che all’unisono alzano la testa lievemente piegata sui prati verdi al passaggio della tua macchina.

Perché interminabili muretti costituiti da affilate pietre di un colore bruno, con sfumature bronzee, dividono come reticolati i prati e deliziose casette in distanza, sparpagliate come se temessero di disturbarsi tra di loro, dai svariati colori si ergono simpatiche sullo sfondo.

Il cupo cielo ti concilia con posti così intensi, le enormi nuvole in eterna evoluzione costituiscono un tutt’uno micidiale che ti stende, ti cattura, ti fa volar via con la mente.

Ed è questo il tragitto che porta verso le scogliere di Moher, un tragitto infine costellato da laghi straripanti, ammassi rocciosi che rimandano la mente a suggestioni che si perdono lontane nella storia, e castelli medievali costeggiati da un verde vivo.

Poi, costeggiando le floride coste dell’Irlanda occidentale, venendo dalla pittoresca città di Galway, cominci ad arrampicarti con la macchina verso altipiani costellati da poderosi ammassi nuvolosi.

Parcheggi la macchina e ti incammini verso le scogliere. Una brezza potente ti abbraccia calorosamente annunciandoti lo spettacolo e tu, volgendo lo sguardo per terra per goderti come un’esplosione improvvisa la natura nella sua massima espressione, ti incammini verso il panorama.

Gli uccelli ti annunciano, piano piano salendo per la stradina avverti che ti stai avvicinando a qualcosa di raro.

A due passi dal punto panoramico, delimitato da un muretto composto da lastre rocciose conficcate per terra, decidi che è arrivato il momento, volgi gli occhi alle scogliere e…perdi le parole per interi minuti, attimi in cui il tuo cuore tenta invano di trovare un accordo con la tua mente per scegliere la parola giusta per descrivere ciò che stai vivendo e questo stato di straniamento metafisico ti pervade con indescrivibile magia.

Scogliere imponenti come solo la natura può si snodano sinuose per chilometri nell’oceano. Intarsiate da migliaia di gabbiani, pitturate di un verde sfumato nella cima, ai suoi piedi scogli di un rosso violento, frastagliati, cupi, magici, indescrivibili.

Le osservi, le fai tue con religiosa contemplazione. Le respiri, le ascolti, le tocchi con mano, le senti dentro di te.

Cupe appaiono le ultime sezioni e invischiate in una incredibile foschia. Tu pensi che lì, per forza, debba finire il mondo, il mondo è degno di terminare con tanta bellezza, con qualcosa di infinito, di imponderabile, inimmaginabile.

E invece il mondo continua e come parabola di bellezza le scogliere abbracciano fraternamente l’oceano, si fondano con lui, con esso si consumano, si modellano, si evolvono rimanendo sempre uguali.

E allora sei lì, impalato e ti senti piccolo, piccolo, nullità di fronte alla natura. E provi a chiederti se hai mai visto qualcosa di simile e ti dici che non è possibile vedere qualcosa di simile.

Non è proprio possibile.

Non è proprio possibile.

IPostmoderni

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il brusio è ormai lontano, discorsi e gelosie, e battute di scherno, ammiccamenti e ansie.

 

il ritmo frenetico, l’insostenibile onere d’agire, le sfide, le corse, la corsa.

 

un libro, una riflessione, la natura, nuda, nuda natura.

 

un paesaggio assorto, caldo, immenso, monocromatico.

 

una via, candida, che finalmente, sembra infinita.

 

grazie a te.

 

IPostmoderni.

Mi sono ritrovato ispirare da una canzone che ormai da anni stazionava nella mia mente e che la stessa senza un apparente motivo ha deciso di riportare alla mia attenzione. Sono andato su You Tube e ho cercato la canzone: Labyrinth di Elisa. Una canzona bellissima, incastonata tra i miei pensieri e ricordi di quando, ancora poco più che bambino, mi accingevo ad entrare nel fatato mondo dell’adolescenza. Mi sono ritrovato a commentare la canzone: “ricordi di inizio adolescenza”.

Sono rimasto silente di fronte al commento, pensando quanto è stato bello, o bello appare ai miei ricordi il periodo evocato dalla canzone. Ho pensato che fosse meravigliosa l’idea di poter ricollegare ogni singola canzone, diapositiva del passato, sensazione, odore, emozione ad un determinato periodo della mia vita.  Questo è un pensiero che mi accompagna sovente. Più che un pensiero, è una vera e propria ansia. L’ansia del ricordo, l’ansia di conservare tutto, perché, e questo lo capisco nel suo profondo significato ora, senza passato non siamo niente, questo è la nostra storia e come la storia aiuta i popoli a capire alcuni eventi futuri, lo stesso possiamo fare noi, osservando chi siamo da sempre e cosa faremo in futuro, come reagiremo di fronte ad una certa situazione.

Ho pensato che fosse bellissima l’idea di catalogare i ricordi associandoli a periodi della nostra vita. Ho pensato che sarebbe meraviglioso poter connettere di nuovo quel profumo a quella sensazione. Sarebbe come riviverla di nuovo, come esser consapevoli di ciò che un tempo ci accadde senza rimuovere il tutto, senza rendere il passato un mero accadimento dimenticato. Tendiamo a ricordare solo ciò che è rilevante, che ci segna, che ci cambia. Ed è un peccato dimenticarsi di tutti quei pomeriggi di meravigliosa leggerezza, quei baci, piccoli e innocenti ma fautori di una felicità celestiale in quei momenti.

Non penso di vivere di ricordi. Penso che questi siano però la nostra vita. Un nostro patrimonio. Ciò che ci ha portati dove siamo ora. Ciò che oggi ci fa piangere e sorridere, ciò che ha colorato il nostro cammino, ciò che siamo oggi e chi abbiamo al nostro fianco.

Penso che dobbiamo dare forza a questi ricordi, vita ai pezzi di noi persi nel grosso pentolone del passato dove tutto si confonde in mille parti multicolori. Non voglio poter dimenticare quei giorni. Ho scritto un diario dai 14 ai 19/20 anni. Ci sono cose che non ricordavo minimamente quando sono andato a rileggerle. Sono così fiero di aver tenuto per me questo regalo. Tutt’oggi scrivo. Non un diario ma ciò che penso. Ciò che vedo, ciò che amo, ciò che per me ha senso e ciò che mi fa imbestialire.

Le persone che amo, l’ingiustizia che osservo, le persone che saranno sempre con me. Forse non lo so ma tutt’ora tutto questo scrivere è un movimento incredibile per far sì che il futuro non sia solo, che sia costellato di ricordi, che sia il compimento della mia strada.

Tutt’ora leggo con dolcezza i commenti sui diari di un tempo di persone che non sono più parte della mia vita. Esse mi hanno abbandonato, o semplicemente le nostre strade si sono separate, ma è bello rileggere in certe parole l’eco di un tempo, un tempo in cui ero felice della loro compagnia, mi emozionavo per i loro gesti di riguardo, per le loro belle parole. I rapporti evolvono e forse noi perdiamo la capacità di essere così autentici come lo eravamo un tempo. Forse perdiamo la vulnerabilità per crearci il nostro guscio di acciaio che ci protegge dalla vita. Ma dentro quel guscio siamo ancora noi, la dolcezza di quando avevamo 11 anni. C’è stato un tempo in cui non ci siamo vergognati di essere ciò che siamo.

Non vorrei mai perdere di vista tutto questo. Voglio che i miei ricordi siano la mia stessa vita. Non voglio perdere niente, voglio crescere di essi, insieme ad essi. Andare avanti è il destino di tutti, non dimenticare il passato è il modo per non perdere mai contatto con la vera essenza di me stesso.

IPostmoderni

Nell’epoca in cui viene innalzato a genio visionario Steve Jobs, innovatore meraviglioso come anche, a personale avviso de IPostmoderni, corresponsabile dell’alienazione moderna della tecnologia, ritengo sia il caso di omaggiare un testo incredibile scritto da un personaggio altrettanto incredibile del passato: Alexis de Tocqueville ( http://it.wikipedia.org/wiki/Alexis_de_Tocqueville )

Quest’uomo, nel 1832, scriveva questo genere di cose:

“Non si può dire, in modo assoluto e generale, che il più grande pericolo dei giorni nostri sia la licenza o la tirannia, l’anarchia o il dispotismo. L’una e l’altro sono egualmente da temere ed il danno può provenire assai facilmente da una medesima e sola causa e cioè dall’apatia generale, conseguenza dell’individualismo; è questa apatia a far sì che, il giorno in cui il potere esecutivo raccoglie qualche forza, esso sia in grado di opprimere, e il giorno dopo, se un partito può schierare in battaglia trenta uomini, esso sia egualmente in grado di opprimere. Né l’una né l’altro (anarchia e dispotismo ndr) potrebbero fondare niente di stabile, ciò che li fa riuscire facilmente impedisce loro di riuscire durevolmente. Essi si elevano perché niente resiste loro, essi cadono perché niente li sostiene. Ciò che importa combattere è dunque meno l’anarchia e il dispotismo che l’apatia, la quale può creare quasi indifferentemente l’una o l’altro”.

Questa è la nota conclusiva del testo “La democrazia in America”. Inutile sottolineare l’attualità della nota.

Un testo meraviglioso, un genio visionario e incredibilmente attuale. Uno di quei testi che sconvolgono il proprio punto di vista e fanno gridare al baro, tanto sia preciso, analitico, incredibilmente in anticipo sui tempi.

Senza parole,

IPostmoderni.

Aggiornamento 

Shock Postmoderno! Alienazione totale!  Distacco eretico!

AH !

Mah, vi devo dire, postmodernisticamente, che non c’è proprio niente di cui aggiornare. Il fatto è che ne esci fuori e non ha più importanza, tutto ad un tratto. Esce questa componente dalla tua vita e finisce.

Nessun interesse né tentazione. Forse perché il mio procedimento di distacco era ormai cominciato da mesi. Togliere foto, informazioni, perennemente offline in chat, sempre più rari status. Al punto che, il passo più coerente e probabile era la cancellazione.

E chiudo così, senza nessun trauma, altrochè, un paradosso del postmodernismo.

Beh si forse scrivo di più, ascolto più musica e internet è meno frenetico. Rispetto ai miei pro i contro erano diventati troppi e insostenibili.

Alaska- Christopher McCandless

Piccolo pensiero per chi è stato agli antidopi del postmodernismo: Christopher McCandless, alias Supertramp.

Troppo piccolo per giudicare una filosofia così estrema e dispendiosa. Troppo piccolo e legato a tante cose per giudicare un percorso tanto idealista. Voglio però dirti che il sorriso di quella tua famosa foto, vicino al bus, non è parte di questo mondo.

Alienato dall’amore, dalla condivisione, chiuso in un pensiero che non aveva più di che nutrirsi. Togliere al pensiero il suo motore più importante, la “società”, come nel film si ripete varie volte con tono dispregiativo, è un peccato e una finzione.

E come si può essere felici dopo aver appena raggiunto lo scopo del viaggio, capire qualcosa, capire che in fondo, la felicità è veramente apprezzabile solo se condivisa e non poterla veramente e con rinnovato spirito condividerla?

Come fare a capire tutto questo e perdere la vita per fame, lentamente?

Lentamente sei morto, paradossalmente come dice quella “poesia” che indica nella routine e nel conformismo le cause della morte interiore di ognuno. Sei sfuggito a questo e l’hai fatto senza risparmiarti effetti speciali.Ma sei morto solo, con la tua verità impraticabile, ormai.

E non riesco a togliermi un velo di tristezza e compassione a vedere quella foto di te, sorridente, terribilmente solo.

Rispetto.

IPostmoderni

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