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Di Charles Bukowski

if it doesn’t come bursting out of you
in spite of everything,
don’t do it.
unless it comes unasked out of your
heart and your mind and your mouth
and your gut,
don’t do it.
if you have to sit for hours
staring at your computer screen
or hunched over your
typewriter
searching for words,
don’t do it.
if you’re doing it for money or
fame,
don’t do it.
if you’re doing it because you want
women in your bed,
don’t do it.
if you have to sit there and
rewrite it again and again,
don’t do it.
if it’s hard work just thinking about doing it,
don’t do it.
if you’re trying to write like somebody
else,
forget about it.
if you have to wait for it to roar out of
you,
then wait patiently.
if it never does roar out of you,
do something else.

if you first have to read it to your wife
or your girlfriend or your boyfriend
or your parents or to anybody at all,
you’re not ready.

don’t be like so many writers,
don’t be like so many thousands of
people who call themselves writers,
don’t be dull and boring and
pretentious, don’t be consumed with self-
love.
the libraries of the world have
yawned themselves to
sleep
over your kind.
don’t add to that.
don’t do it.
unless it comes out of
your soul like a rocket,
unless being still would
drive you to madness or
suicide or murder,
don’t do it.
unless the sun inside you is
burning your gut,
don’t do it.

when it is truly time,
and if you have been chosen,
it will do it by
itself and it will keep on doing it
until you die or it dies in you.

there is no other way.

and there never was.

 

È il carattere umano, l’esperienza personale, l’approccio alla vita, la saggezza dell’invecchiare, del vivere.

Un carattere che regala speranza.

La crescita è costante, accelerata da determinati fattori.

Vivere lontano, con se stesso, passare del tempo con se stesso, interrogandosi continuamente, cercando nell’altro risposte o punti di vista diversi.

Fattori di accelerazione speciali.

Motori potentissimi.

Ciò che è diverso aiuta a scoprire che la diversità è un concetto che non esiste.

Esiste finché non si ha una visione del mondo unica, in cui la diversità è un fattore insito, compreso, assodato.

L’arte aiuta a scendere nelle piccole, dolci strade dell’umanità, quelle profonde e piene di lumi sparsi di qua e di là. L’umanità è lumi e stradine, tante stradine diverse che giungono insieme ad un posto lucentissimo e inarrivabile.

L’umanità complessa, le culture che quando si incontrano provocano altissime scintille, che bruciano vive, intense come poche altre fonti di luce.

Parole, parole, parole che non hanno senso. Parole, parole, parole che lasciano intravedere l’imbocco di un’altra piccola dolce stradina.

Si può provare a vedere tutto questo come qualcosa di unico, determinato, con le mani costruire un cerchio, costruire con esse un’esplosione che si ricongiunge però. Interazioni come esplosioni che vanno a ricongiungersi.

Vorrei esistesse un rilevatore di esplosioni dentro di noi, scosse sismiche che scaraventano le nostre emozioni in un mucchio di fervide macerie. Quel diagramma non dovrebbe mai essere troppo lineare. Le faglie mai troppo statiche.

Le nostre faglie mai statiche.

Mai statiche.

Statiche.

E poi, e poi.. e poi vorrei donarti il mio cuore.

 

fammi del male, fammi sorridere, fammi morire, fammi vivere,

Sono qui, quasi 3 mesi di nuova vita, nuova lingua, nuove esplosioni. Sento espandermi verso il  mondo e farlo mio, amarlo, familiarizzare con lui, lo sento amico, complice, compatibile con il mio bisogno di sorrisi.

Ed è un me stesso che fiorisce, bello ed agognato, tra le macerie di un passato turbolento, segnato da insoddisfazione, inadeguatezza, impotenza.

Cresco dentro di me il desiderio di essere, sempre più essere, in un contesto che mi lascia espandere verso lidi che seguo da anni. Sento che questo è il momento giusto per sognare e provare a dare di più. Mi cullo un po’ ma tutto sommato è un felice dondolare il mio, col cuore aperto, pronto ad esprimere sensazioni.

Ritrovo l’amore del condividere, dell’amare,

Mi perdo sempre nel paesaggio nuovo, svettante, mai ostile però, seppur condito da cattedrali potenti che toccano il cielo come delirassero , come a rappresentare questo sentore tutto umano del volere, volere di più, ancora di più.

Adoro questi sintomi.

Adoro sentirmi così, adoro viverti, vita!

ps schizzi di caffe sui pantaloni.

 

E poi ti capita di essere assorto in un album che negli ultimi giorni ti ha catturato, strappato via dal mondo per catapultarti in un’altra dimensione di mostruoso impatto, che chiudi gli occhi e grossi bagliori esplodono nel chiuso delle palpebre, evoluzioni che manifestano un turbinio incontrollabile di pensieri.

E ti catapulti con la testa oltre il momento, con la complicità di un periodo in cui tanti cambiamenti si sono annodati gli uni con gli altri creando un ammasso di funi informe che non vedo l’ora di slegare per potervi guardare attraverso e scorgere luce o nubi scure che un giorno si spera si diraderanno per lasciar spazio a ciò a cui l’umanità tende, il sereno.

E pensi al tuo futuro e pensi alle certezze che hai avuto fino ad oggi e realizzi che queste certezze non saranno eterne. I genitori non saranno eterni e arriverà un giorno in cui li scoprirai anziani e magari sarai migliaia di chilometri distanti da loro e ti dispiacerà. Tuo fratello col quale non hai mai avuto un rapporto speciale davvero diventerà una figura che si diraderà sempre più nella tua vita venendo a mancare certi anelli di congiunzione. Certa dolcezza e protezione dell’eterno bambino svanirà e piano piano il futuro si svelerà con l’irrefrenabile potenza innovatrice che da sempre lo contraddistingue.

Siamo così presi dalla vita che non ci rendiamo nemmeno conto di quanto il futuro apparirà diverso da questo presente. Di quanto siano da sempre fondamentali certe figure che non potranno sopravvivere eterne. Un po’ sembra di morire a pensare a questo, un po’ sembra di svegliarsi dall’illusione che tutto questo sarà per sempre e che ci sarà sempre una spalla su cui piangere, una mano tesa pronta ad afferrare la tua e rincuorarti che tutto va bene.

Capita che di fronte all’assoluto che sa emanare certa musica ti sveli ancora una volta impaurito rispetto a certe grandi sfide che ti urlano di essere colte e sfruttate per crescere e cercare finalmente il sentiero di crescita adatto. Tutto questo sa essere cinico e potrebbe apparire lontano. Ma questo andare avanti, vivere la vita sa essere un attimo che svanisce come la giovinezza e i tempi dell’amore facile.

Questi tempi sono preziosi perché unici, perché non rimediabili. Questi affetti, questa bellezza, questa sensazione di famiglia e protezione, per quanto bella e speciale non scampa alla regola del tempo e della vita, in cui ogni cuore è destinato a sopravvivere deciso all’età mentre il corpo nel frattempo si indebolisce, si ritira, manifesta il suo volersi ritrarre verso una dimensione inafferrabile.

Ogni tempo è unico e base dei nostri ricordi del futuro.

Speciale è ogni momento in cui ci troviamo a vivere.

IPostmoderni

Quando non sei felice, appagato guardi il mondo con occhi offuscati dal malcontento, dalla frustrazione e non sai coglierne le cose belle.

Questa è una condizione molto negativa che ti rende arido e antipatico, svogliato e apatico, con poca forza e poca volontà. Esci a poco a poco dal giro, cominci a evitare tutto ciò che sembra muoversi tutto intorno a te.

Ti senti scosso, schiacciato sotto il peso delle tue ambizioni, desideri e passioni che non riesci a compiere, realizzare.

Non sai essere amico e non sai essere di buona compagnia.

Presti il fianco ai colpi della vita, li accusi, lenti e potenti.

E piano piano ti eclissi.

Mia nonna è una persona che dice poche cose. Non si perde in chiacchiericci fini a se stessi.

Mia nonna rappresenta quella sana saggezza di una vita vissuta a lungo dove riesci a scorgerci verità universali. Con leggerezza e dolcezza sa dirti cose che carezzando come piume, infilzano come spade.

In tutti questi mesi non mi è mai capitato un momento così intenso e intriso di significato.

Ti svegli, dopo una giornata apparentemente normale, filata via liscia come l’olio, sottilmente piacevole. Assonnato, ti tornano in mente dei flashback. E ti viene da pensare a quella sensazione.

E capisci la verità.

Mia nonna ha ragione. Non ci si deve mai fermare, non si deve mai deporre l’arma, mai trascurare l’anima né la mente. Lei sta lì forte, davanti ai miei occhi, ad ergersi come un colosso di fronte alla sue delicate verità.

Gli occhietti vispi e una coscienza inscalfibile.

Il sorriso dolce e perenne e lo spirito mai affranto.

Muovendosi per la casa arranca, tra le sue mille faccende, ma non c’è giorno in cui non porti a compimento il suo lavoro. Un’anima di ferro, una volontà di cuore.

Valori che illuminano le mie incertezze di oggi incitandomi a maltrattarle, sottometterle e tornare ad essere vivo per davvero.

 

Stella, svegliati.

Dolce è la notte e il vento spira.

Indomito, iroso, invia segni potenti di devastante avvenire.

Caducità delle cose tutte, che si macchiano di sprecata gravità.

Dolce è la notte e il vento spira.

Come un padre, accarezza con dolcezza i boccoli dorati di un coacervo di pensieri piangenti, di vita.

Intramontabile è la passione, confine un vocabolo senza significato.

Né tempo o spazio o quantità o perché.

Nient’altro che amore, infinitamente.

S.

 

 

ps: mi sono cullato su questo torrente di acqua dolce..

 

E di fatto è proprio complicato delle volte confinarsi dentro certi spazi, darsi un termine, un orario, un blocco etico.

Di fatto ci vuole molto poco a contornarsi di confini mentali e del resto è ciò che più, forse, ci condiziona. Non dico, non faccio, non salto, non ballo, non sputo, non amo, non bacio, non canto, non parlo, non rido, non sono perché c’è un qualche limite mentale.

Adoro l’effetto dell’alcol perché sdogana te stesso.

No, non penso assolutamente che sia una cosa triste. L’alcol in sé è il killer di tanti limiti che tradizione, natura dell’essere umano e sua evoluzione, equilibrio sociale e chissà cosa ancora, impongono.

In questo senso osservo come la droga sia stata spesso fonte d’ispirazione di grandi artisti. In questo senso osservo che l’arte è l’esaltazione, è il rendere eterno ciò che una droga rende passeggero: la naturalezza dell’essere, la necessità di essere la natura di se stessi.

Quello che mi balena per la testa è che l’arte sia, oltre che tantissime cose, oltre che qualcosa che di certo non sarò io a definire, anche perché, penso, indefinibile, la capacità anzi la necessità da parte dell’essere umano di fuoriuscire le costrizioni, le forzature innaturali dell’animo umano sacrificate all’altare della coesione sociale e la convivenza feconda della società, la capacità di mostrare ai mondi sé stessi, il più profondo “profondo” di se stessi, l’arte che in ognuno di noi stagna è la consapevolezza dell’importanza di cose alle quali chi ci circonda sembra non dare importanza affatto.

Il desiderio di mostrare ciò che amiamo e che ameremmo fare, dire e che non sappiamo. L’artista è molto spesso un uomo che appare buffo e eccentrico. Un uomo che si confina nel suo mondo e che è in preda ad effetti speciali spassosissimi.

L’artista è un “pazzo”[1], uno che fuoriesce, fortemente vuole fuoriuscire da certi steccati. Uno che mette da parte spezzoni di coscienza preconfezionati.

Già che ci penso, non è per forza arte quella che deve saper creare, quanto uno stato mentale.

Penso a questo da un po’ di tempo e sono convinto di questo. Se io mi ritengo un artista? In questo penso di essere sulla strada giusta. Voglio essere sulla strada giusta.

Parlavo dell’alcol come sdoganatore di se stessi. L’alcol è in effetti ciò che più di immediato c’è, una bellissima illusione. Essere così diversi nel giro di così poco tempo mi sembra sempre qualcosa di speciale.

Sa esserci dell’arte anche nel bere. Un conto è bere per molestare o rimorchiare, un conto è bere in una misurazione con se stessi, in un confronto con un’essenza di noi addormentata di solito che sà essere aggressiva e di reazione, come estremamente romantica e passionale.

Un conto è bere per sedersi sul divano di se stessi e osservarsi allo specchio parlare, pensare, osservare. È una cosa strana che mi succede quando sono un po’ fuori di me. Sono io ma sento un distacco tra l’io che osserva e l’io che agisce.

Il post non ha l’intento di abilitazione dell’alcol.

Il post è una mia convinzione. Una mia riflessione, come le precedenti. Può essere un male bere? Certamente lo è, specialmente per lo squilibrio psicofisico che può derivarne.  Ma limitarsi a questo sarebbe stupido nonché insensato. Di fronte a tanto movimento, a tanto roteare, osservarsi, agire e manifestarsi, in un modo talvolta così disperato perché solitamente stremati dai confini di cui sopra, penso sia il caso di porre riflessioni e aprirci di fronte al tema maestro, già trattato in alcuni appassionati post precedenti: siamo noi, davvero noi stessi a vivere o la proiezione civilizzata di noi stessi? Riconciliarsi con certe “droghe” è o non è un modo di capire come questo confine morale che la società appone intorno a noi deve essere intimamente, personalmente contrastato per ritrovare una consapevolezza propria? Può essere considerata l’arte come il movimento consapevole di noi stessi di essere finalmente noi stessi?

IPostmoderni.


[1] Secondo loro/noi

Da diritto privato non si scappa…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

per fortuna c’è una “faccetta” per caffè ad alleviare il peso del lavoro 🙂

“Tutti si sentono in diritto, in dovere di parlare di cinema.
Tutti parlate di cinema, tutti parlate di cinema, tutti!

Parlo mai di astrofisica, io?
Parlo mai di biologia, io?
Parlo mai di neuropsichiatria?
Parlo mai di botanica?
Parlo mai di algebra?
Io non parlo di cose che non conosco!

Parlo mai di epigrafia greca?
Parlo mai di elettronica?
Parlo mai delle ditte dei ponti dell’autostrada?

Io non parlo di cardiologia!
Io non parlo di radiologia!
Non parlo delle cose che non conosco!!!”

Quando ai Postmoderni cominciano a brulicare le mani il richiamo è forte e l’energia sprizza forte e gioiosa fuori dal corpo, in modo visibile e contagioso.

Oggi i Postmoderni ritornano su temi politici con una considerazione piccola ma di ampio respiro. Ci sono cose che ruotano nella tua testa, sono vespai di parole e idee che vaganti lì non dicono niente, poi arriva il giorno in cui si ricompattano e formano una idea, una considerazione che si colora di mille momenti diversi e mille diverse sfumature.

La politica italiana.

Oggi tutti parliamo di degrado e di schifo incontrollato. La realtà è che è davvero così.

Non penso esistano paesi in cui la politica ha raggiunto un livello tale di diffusione, una massificazione così evidente come da noi. Qui ognuno parla di politica tutti i giorni, chiunque si sente investito di uno scettro e una vestaglia decorata a difesa di qualcosa, ognuno ha la sua idea da proporre al piccolo pubblico di cui discutere. In realtà il discorso più pop che si possa fare nel nostro paese contemporaneo è la politica. Ed è piuttosto chiaro il perchè.

Perchè nessuno parla di politica in realtà. Osservatevi e ascoltatevi. Che si parli mai di argomenti squistamente politici quando di mezzo ci sono partiti o vicissitudini politiche? Abbiamo fatto sì, unico caso al mondo tra le democrazie del G8, che nelle nostre istituzioni non ci siano politici ma pagliacci, figurini.

Vogliamo parlare delle gaffe incredibili su qualsiasi nozione storica, politica,economica che si susseguono ripetutamente nelle trasmissioni televisive, interviste e qualsiasi occasione pubblica? Basta poco. Youtube, gaffe, usciranno centinaia di risultati.

Buffoni che non sanno cosa sia economia, costituzione, non hanno la benchè minima idea di come giri il mondo, le dinamiche internazionali, non sanno chi è Lukashenko, ad esempio.Il confronto ad oggi è sceso a livelli infimi della serie “noi siamo più belli di voi” o “la Jervolino è così cessa che si mette paura da sola”. Oggi siamo arrivati a livelli di trash totale il quale ha portato come devastante conseguenza la liberalizzazione della politica e la possibilità per qualsiasi imbecille di fare discorsi di “politica” su roba che di politica non ha nulla a che fare.

Tutto questo è quindi ben visibile nella creazione delle fazioni politiche le quali come nel calcio, difendono i proprio beniamini e si sentono in diritto di criticare scelte, azioni e comportamenti.

Piccola differenza però. La politica non è il calcio. Non è uno sport dove ognuno può dire la propria e ribadirla con convinzione. Forse nemmeno il calcio è di così immediata lettura.

La politica non è per il popolo, la politica è un affare serio.

Ripeto, non penso esistano molti Paesi al mondo in cui si parli così tanto della politica come in Italia. In Usa nessuno parla di politica. Nelle grandi nazioni sono in pochi a parlare di politica e di solito sono grandi teste, gente che segue e che ha basi culturali invidiabili.

Da noi tutti parlano. Questo ai miei occhi è l’inequivocabile segnale che da noi la qualità del sistema è giunta a livelli ultramediocri.

Ricordo ancora una campagna elettorale di qualche anno fa. Il centrosinistra di Prodi puntava tutto sulla riduzione del Cuneo fiscale. Berlusconi dall’altra parte candidava grandi fighe e faceva le sue promesse roboanti di dare lavoro e tagliare le tasse.

Sta proprio qui la tristezza e il baratro di questa Italia di oggi. La politica è il Cuneo fiscale di cui nessuno conosce un cazzo e nessuno, se non poche persone, avranno mai interesse di andare a capire cosa diavolo sia.

La politica è evasione fiscale, politiche economiche, politiche industriali, riforme del sistema tributario, giudiziario, universitario. La politica non è accessibile al popolo, il popolo ha accesso alle chiacchiere della politica, la politica Italiana di oggi si basa tutta sulle chiacchiere.

Non siamo un paese “informato” e attento come a lungo ho creduto. Siamo il paese del trash dove la poltica da arte nobile è diventata il chiacchiericcio bastardo di polli in divisa che parlano per distorsioni cerebrali e che non hanno minima idea di cosa stiano facendo, al di là dei poderosi vantaggi che le loro cariche gli garantiscono.

Il sistema attuale basato su menzogne e destabilizzazione è il sistema che ha portato il Berlusconismo a colonizzare l’Italia. Che sia quanto meno riconosciuto al centrosinistra di aver provato a parlare di politica in un paese in disperato bisogno di serietà.

Il giorno in cui i talk show politici registreranno un basso share e non si andrà in cerca di essi per un disperato bisgno di serietà vorrà dire che qualcosa in questa Italia starà finalmente cambiando.

IPostmoderni.

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