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Nel terzo appuntamento della rubrica IPostInternazionali ho deciso di affrontare la situazione dell’Egitto come descritta dallo scrittore egiziano Ala al Aswani tramite un articolo d’opinione pubblicato sul quotidiano egiziano Al Masry al Youm.

La decisione di scegliere questo argomento è stata semplice: la stampa segue le vicende di qualsiasi natura, politiche, economiche, ambientali e così via quando è in corso un evento predominante in grado di catturare le attenzioni dei lettori. Dopo qualche giorno però, i temi trattati cominciano a diventare vecchi agli occhi del lettore e di conseguenza dell’editore. La stampa si basa sul concetto della novità, del rinnovo delle notizie, delle sensazioni, delle emozioni. La stampa non rimane impiantata su una base statica ma ha sempre bisogno di stupire, attirare, convogliare.

Questo è il principale motivo, a mio modo di vedere, per il quale non leggiamo più articoli sui paesi del Medio Oriente investiti negli ultimi anni dall’ondata di entusiasmo rivoluzionario chiamata “primavera araba”.

Di fatto la situazione è comunque in continuo aggiornamento, anche con risvolti drammatici. La stampa però si ostina a pubblicare trafiletti invece che approfondimenti e il pubblico rimane al punto in cui in Egitto c’era stata una grande rivoluzione che aveva destituito Mubarak.

Vediamo nel frattempo cosa è cambiato.

Egitto

Ahmed Harara è un giovane dentista di famiglia benestante. Ahmed avrebbe potuto recarsi in uno dei paesi del Golfo e professare il suo mestiere per il quale avrebbe guadagnato una fortuna. Ha invece deciso di rimanere in Egitto per partecipare alla Rivoluzione. Il 28 gennaio 2011 un poliziotto gli ha sparato, facendo perdergli un occhio. Non giudicando questo sacrificio un motivo valido per desistere ha continuato a partecipare alle manifestazioni. È stato colpito anche all’altro occhio e ora è cieco.

La rivoluzione egiziana sta passando una fase drammatica in cui le speranze riposte nella democrazia si affievoliscono tristemente e vivono ancora solo grazie agli eroi come Ahmed. Finché ci saranno persone che saranno disposte a perdere professione e vista per un Egitto democratico la Rivoluzione non potrà mai considerarsi sconfitta.

Si calcola che dall’inizio della rivoluzione siano morte 3mila persone, che ci siano 2mila dispersi e che ne siano rimaste ferite 18mila. Nei periodi successivi la destituzione di Mubarak i militari hanno compiuti molti massacri nei confronti della popolazione civile.

Poi, nelle recenti caotiche elezioni, i Fratelli Musulmani hanno preso il potere instaurando un regime del “terrore” perseguitando i rivoluzionari col chiaro intento di eliminare chiunque contribuisca a denunciare i loro crimini.

egitto

Secondo Aswani la situazione in Egitto è molto chiara: il presidente egiziano Mohamed Morsi una volta eletto è diventato un dittatore con la volontà di tenere per sempre in mano il potere. Questo approccio non distingue molto Morsi da Mubarak, semmai li accomuna.

Mubarak era un leader autoritario abilmente in grado di mascherare il dispotismo con una “messinscena chiassosa”: l’assemblea del popolo, il consiglio della shura, i dibattiti, gli slogan.

I Fratelli Musulmani stanno seguendo la stessa strada avendo imposto una loro costituzione, delle loro leggi, avendo nominato i vertici del potere giudiziario, indicendo nuove elezioni per eleggere un’assemblea del popolo di cui avranno salde tra le mani le redini del potere.

Di fronte alla prospettiva di una nuova falsa democrazia impostata su un’opposizione di facciata e una maggioranza violenta e dittatoriale Aswani traccia un percorso di azioni inderogabili da portare avanti.

Quel che bisogna fare, dice, è abrogare la costituzione, indire elezioni presidenziali anticipate e sottoporre a processi imparziali tutti coloro responsabili delle violenze sui manifestanti.

La via tramite cui dar vita a questo processo è quella adoperata a Porto Said nei giorni scorsi: indire uno sciopero generale come premessa di una disobbedienza civile che renda dura la vita istituzionale ai Fratelli Musulmani.

La via dello sciopero incarna l’anima della Rivoluzione. I Fratelli Musulmani possono inviare gli aguzzini ad ammazzare gli oppositori ma come potranno fermare milioni di egiziani che si astengono volontariamente dal lavoro?

Scioperare è un diritto degli egiziani, presente nelle leggi e convenzioni internazionali.

Il dovere degli egiziani è quello di boicottare le elezioni indette da Morsi perché sporche di sangue. Per Aswani la democrazia è l’unica soluzione possibile.

Conclusioni

La vicenda egiziana offre l’ennesimo spaccato storico riguardo le difficoltà di portare avanti dei cambiamenti radicali all’interno di una società. Un paese per lunghi anni sottoposto alla dittatura è un paese in cui si sono create forti divisioni, diseguaglianze e tensioni. Il popolo può trovare la forza necessaria per coagulare le proprie emozioni dovute da uno stato d’animo di pessimismo, frustrazione e insofferenza. Può dar vita ad un grande movimento di massa che può ribaltare l’establishment. Ma quella non è che una fase, la prima, di un cambiamento che ha bisogno di forti scosse di assestamento prima di compiersi.

Quel che si osserva è la difficoltà di dar vita ad un movimento unitario che ribalti un sistema politico, militare, istituzionale senza spargimenti di sangue, senza tensioni. Ogni Rivoluzione dei paesi arabi come in Libia, Tunisia, Algeria, Egitto e Syria ha riscontrato immani problemi di stabilizzazione. Ancora oggi non c’è un paese di questi che ha raggiunto una sorta di stabilità. Lo shock della rivoluzione è necessario ma sarebbe impensabile credere in un cambiamento rapido e indolore.

Questo tipo di società del resto hanno bisogno di riprendere confidenza col concetto di democrazia, di comunità, di convivere in modo civile rispettando le diversità e gli steccati creati da centinaia di vite sacrificate sull’altare delle divisioni politiche. Ogni paese arabo sta vivendo questa fase di transizione.

La speranza rimane sempre quella di un progressivo incivilimento del popolo, delle istituzioni. Della maturazione dello spirito del popolo, presente a livello di coscienze meno a livello di coesione. In fondo è proprio la coesione sociale l’elemento fondante di ogni sistema democratico.

IPostmoderni

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Quest’oggi, secondo appuntamento con la rubrica IPostInternazionali, ho optato per un articolo più leggero rispetto al battesimo di fuoco di due Mercoledì fa.

Il post nasce dal clima che, inevitabilmente, tutti stiamo respirando in questi giorni: è un clima che come ho descritto nel post di ieri 26 Febbraio sembra avvolgerci in un vociare indistinto, senza accomunarci ma invece ponendoci uno di fronte l’altro pronti a dichiarare, spiegare, difendere le origini e i ragionamenti relativi al nostro voto.

La politica in Italia assume tanto le sembianze di sport nazionale. Intendiamoci, personalmente ritengo sia un gran bene che le persone abbiano un’idea sulla politica. Il punto è che temo che da noi si tenda ad avere un’idea più che sulla politica, sulla fotocopia sbiadita, unta di essa. I discorsi che ci avvolgono come nubi inquinanti questi giorni raramente si incentrano su contenuti, sovente si attorcigliano intorno steccati ideologici, perle di qualunquismo, scoperte di immondi e universali complotti.

Questo articolo di Internazionale che oggi propongo vuole riproporre invece il “contenuto” al centro di un più alto e nobile dibattito politico. E vuole dare un avvertimento: è facile dire cosa bisogna fare o criticare a posteriori, meno lo è prendere le decisioni nel momento in cui è richiesto. Ad un leader politico questo è ciò che è richiesto e il compito risulta senza dubbio essere tra i più complicati al mondo.

Le scelte di un leader.

Obama è un leader molto amato in Italia. Del leader democratico si apprezzano la carica emozionale, il carisma, la visione (per lo meno programmatica) del mondo e certo fascino tutto americano che subiamo vivendo in un sistema di valori imperniato sul modello di crescita statunitense.

Negli Stati Uniti Obama svolge però il ruolo del leader politico e non può contare sullo stesso appoggio romantico che suscita in Europa. Gli americani si distinguono per una cultura molto diversa dalla nostra e manifestano un approccio alla politica lontano anni luce dal nostro.

Il concetto di Stato mantiene storicamente una valenza di struttura invisibile quanto più possibile che garantisca ai cittadini americani di poter vivere liberamente e senza impedimenti le loro proprie iniziative economiche e sociali. Il cittadino americano è insofferente verso un concetto troppo pervasivo di Stato, disdegna un modello centralizzato e ama l’indipendenza, l’autonomia.

Nell’articolo del New York Times si descrive la difficoltà di Obama verso una decisione di grande impatto per la politica energetica statunitense. Il governo canadese, guidato dal conservatore Harper, spinge fortemente per la costruzione di un oleodotto che dalla ricca regione del Canada dell’Alberta, area di ingenti giacimenti petroliferi, attraversi tutti gli Stati Uniti fino alle raffinerie dell’area di Houston (Texas) e Golfo del Messico. L’oleodotto permetterebbe, con la fornitura agli Stati Uniti di oltre 700mila barili di gregge al giorno,  da una parte di alimentare in Canada l’industria petrolifera, motore del paese, dall’altra agli Stati Uniti di ridurre sensibilmente la dipendenza energetica verso i paesi instabili del Medio Oriente e i governi inaffidabili come quello venezuelano.

In questa scelta Obama ha però da misurarsi con l’importante fetta di elettorato di matrice ecologica che lo ha supportato nella sua recente elezione. I passi in avanti dell’amministrazione Obama verso la tutela dell’ambiente ( ad esempio l’invito alle case automobilistiche a produrre auto più efficienti) verrebbero azzerati, delusi da una eventuale decisione favorevole all’oledotto. Gli ambientalisti in particolare criticano il processo fortemente inquinante tramite cui verrebbe estratto il petrolio ( attraverso sabbie bituminose) oltre che il percorso dell’oleodotto il quale attraverserebbe il territorio americano col rischio di alterare gli equilibri naturali.

Di fatto Obama si trova nel bel mezzo di un dilemma strategico di difficile soluzione, con poche vie d’uscita. Da una parte rischierebbe di logorare i rapporti con un partner come il Canada che ad oggi rappresenta il suo maggior referente commerciale, nonché di perdere l’occasione di muovere un fondamentale passo avanti verso una più sicura e efficiente fornitura energetica. Dall’altra corre il rischio di andare contro la sua preoccupazione più volte dichiarata nei confronti dei cambiamenti climatici, il suo intento di attuare politiche ambientali più rigorose nonché di perdere e deludere una sensibile fetta di elettorato che lo ha sostenuto per la sua sensibilità verso l’ambiente.

L’oleodotto Keystone rappresenta dunque un esempio lampante di politica reale, di politica dei contenuti. Decisioni come queste sono quelle per cui andiamo a votare dei leader, esponenti politici. La politica “vera” è fatta da tutta una serie di fondamentali scelte che molti di noi non abbiamo i mezzi per capire, giudicare. L’immagine che la politica sia solo cialtroneria, che la politica abbia solo da dimostrare il peggio di un paese è un’idea distorta seppur implacabile che ottenebra parecchie menti.

Fare politica è materia ardua, materia audace. Scegliere per il bene di milioni di persone è il ruolo più importante, responsabile e onorevole che possa esistere nella nostra società.

Per questo spesso sento di avvertire oppressione e incomprensione per tanti discorsi che con convinzione assoluta vengono pronunciati praticamente da tutte le persone che ci sono intorno. Solo capendo, entrando nel merito del significato di politica potremo renderci conto di quanto siamo inadeguati rispetto ad essa e forse cominceremo ad ascoltare delle proposte concrete per migliorare la nostra vita. Che è poi il significato più alto e ideale che si nasconde dietro il concetto di democrazia.

IPostmoderni

Queste non sono elezioni, assomigliano piuttosto a maratone insostenibili con vento contrario, ad uno stand di un Oktoberfest in cui i toni si alzano in continuazione e si perdono in un unico vociare indistinto, colorato di mille idee e intenzioni, di ogni consistenza e legittimità.

Questo è il primo dato importante davvero: nel nostro paese, o per lo meno dalla mia realtà così sembra, la politica va molto oltre il suo nobile ruolo storico di patto naturale tra uomo e stato per evitare che gli istinti anarchici e ribelli facciano volgere la società verso un’ingestibile modello di non-stato delle emozioni.

Scegliere un governo da noi è mettere in moto un’imponente macchina di dietrologie, qualunquismo, idee di ogni colore, complotti, rassegnazione, rabbia, istinti omicidi. Eleggere in Italia è un’occasione di imporre se stessi a tutti i costi, rivendicando in ogni sede e discorso la validità di certe idee. Questo stufa e rende il sistema soffocante, delirante.

Quella che dovrebbe essere una scelta ideale e personale, soprattutto, diventa un rumorosissimo festival degli istinti, delle emozioni, dalle più becere alle più alte dove il significato politico, storico della politica viene risucchiato tristemente in un vortice, in una centrifuga di immane potenza.

Detto ciò il risultato elettorale, a mio avviso, ha premiato la sfiducia in questo sistema di valori.

Ha dimostrato per l’ennesima volta l’immensa capacità del leader Silvio Berlusconi di far leva su alcune fette della popolazione con abilissima strategia politica. Prima si è finto politicamente morto, poi ha inscenato un balletto confuso su chi dovesse succedergli, intanto ha tenuto alle corde un governo che lui stesso ha favorito con l’intento di scrollarsi di dosso le evidenti responsabilità della sua gestione politica, poi è resuscitato attaccando l’austerità doverosa da lui provocata facendo leva sull’inevitabile impopolarità di un governo tecnico che aveva l’inglorioso compito di mettere toppe.

Il governo tecnico ha fatto emergere la figura di Monti, un uomo poco compreso e poco consono all’umore storico odierno. Il suo governo ha cercato di svolgere il lavoro che gli è stato chiesto: riformare. Gli è stata data la possibilità di riformare lo stretto necessario per salvare l’Italia, almeno provvisoriamente, da un disastroso default. Dopo questa breve esperienza, a mio avviso positiva, si è potuto tornare ai vecchi equilibri e si è tornato a votare. Monti ha ottenuto un risultato che definirei molto positivo, considerata l’avversione a concetti come banche, austerità, troika, tagli al welfare, crisi. Penso che tra l’altro non gli sia stato d’aiuto l’appoggio di Casini e Fini, simboli del vecchio sistema che lui ritiene di voler cambiare. D’altra parte però quelle erano le uniche forze politiche che hanno appoggiato il suo governo in ogni sua scelta e suppongo abbia una coerenza aver accettato di schierarsi insieme a loro.

Per il Movimento5Stelle il successo mi sembrava fosse annunciato. Argomenti inattaccabili i loro che hanno fatto passare in secondo piano ogni piccolo dubbio nato da disguidi di trasparenza. L’onda del Movimento era ampiamente attesa da anni e manifesta, come tutti hanno riconosciuto, l’insofferenza verso lo stato delle cose.

Infine c’è il PD. Il grande errore a mio avviso è stato quello di riabilitare Berlusconi. Leader morto e senza carte da giocare, la sua presenza avrebbe dovuta passare in secondo piano. Berlusconi è tuttora l’interlocutore meno legittimato a esprimere indirizzi politici. Certa stampa di sinistra, certe trasmissioni di sinistra, i vertici della sinistra, con l’intenzione di affossarlo completamente hanno finito per riabilitarlo semplicemente dandogli credito come interlocutore, rispondendo alle sue provocazioni. Le persone lo credevano finito ma leggendo gli attacchi di Bersani, Repubblica e di trasmissioni come Servizio Pubblico si sono ricredute e hanno visto l’ennesima riabilitazione. Il PD inoltre sembra non abbia capacità di comunicare. Bersani appare come un leader spuntato, con poca verve e inesistente appeal. Il Partito Democratico funge da depresso miscuglio di vecchia politica, poche idee, comunicazione inesistente e leader incolore. Il risultato del PD ai miei occhi appare fin troppo decoroso.

Chi ha vinto? A mio parere le sfiducia e Berlusconi. Ha veicolato come solo lui sa fare tutto il dibattito nonché la strategia politica. Ha costretto per l’ennesima volta il PD ad inseguire, sempre e comunque e con affanno. E’ comparso e ricomparso come e quando voleva. E’ morto e risorto. Ha capito per l’ennesima volta gli umori e li ha saputi interpretare. Ha così imposto nuovamente la sua figura, imprescindibile ancora una volta per qualsiasi decisione riguardante la governabilità.

Scenari e soluzioni? Forse è troppo tardi per il Pd per dare segnali forti. Ma fossi nei panni dei loro vertici mi affretterei ad innovare, punterei sulle dimissioni di Bersani, farei emergere un candidato giovane e comunicativo come Renzi (anche se personalmente non mi entusiasma). Farei un programma a breve termine su cui trovare la convergenza di Movimento5Stelle e Monti e poi riandrei alle elezioni forti di una dimostrazione di leadership, di prendere decisioni forti, di avere idee da vendere.

Come ogni analisi politica la mia via d’uscita è altamente improbabile e forse impraticabile, penso solo però che non serva perdersi nel marasma di questo insostenibile vociare. E’ tempo di prendersi responsabilità importanti e cambiare, una volta per tutte.

 

IPostmoderni

Quest’oggi partiamo con un articolo ambizioso, devo dire estremamente al passo coi tempi, decisamente tecnico tanto da, non ve lo nascondo, esser stato davvero ostico da comprendere.

L’articolo è tratto dal mensile The Atlantic e il titolo originale è “What’s inside America’s banks?”( qui ne riporto il link: http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2013/01/whats-inside-americas-banks/309196/). In un periodo storico in cui monta feroce l’ostilità verso il sistema bancario mi sembra doveroso cercare di far luce sugli ingranaggi interni delle banche.

Proverò dunque a sintetizzare l’articolo e semplificarlo, rendendolo più schematico. Non pretendo di essere estremamente chiaro ma l’intento e la volontà ci sono tutte. Cominciamo dunque.

COSA C’E’ NELLE BANCHE

La crisi finanziaria che ha investito il sistema capitalistico a partire dal 2008 ha una radice fondamentale: la mancanza di trasparenza da parte degli istituti bancari.

Dalla caduta nell’autunno 2008 della Lehman Brothers si è assistito ad una graduale perdita di fiducia verso il sistema bancario, al quale si è cercato di dare una regolamentazione onde restituirgli credibilità. Progetto che, per quanto ambizioso, non ha funzionato.

Questo è testimoniato dalle ingenti perdite che ha subito lo scorso anno la JPMorgan, per gli investitori americani una delle aziende statunitensi più affidabili. Le perdite della suddetta banca sono derivate da un’unità poco nota della banca, il chief investiment office (Cio)[1].

Indicata dai dirigenti della banca come un’unità prudente che non avrebbe potuto comportare grandi perdite, questa voce ha comportato una perdita di ben 6 miliardi di dollari. Un perdita che non farà certo fallire la JPMorgan, ma che sicuramente costituisce un colpo ben assestato alla sua credibilità soprattutto perché vanta la fama di migliore banca nella gestione del rischio.

Ma la banca statunitense non è certo l’unica che mostra lati oscuri persistenti del sistema bancario. Negli ultimi mesi un altro scandalo ha fatto tremare il mondo finanziario: la manipolazione del Libor (London interbank offered rate). Il Libor non è altro che il tasso applicato dalle banche quando si prestano soldi tra loro e dà la misura della fiducia che nutrono le une nelle altre[2].

La Barclays ha già pagato una grossa multa per evitare l’azione penale e civile delle autorità statunitensi e britanniche mentre l’Ubs, la JPMorgan, la Bank of America e la Deutsche Bank sono sotto inchiesta per lo stesso illecito.

Questi ed altri scandali hanno fatto crollare la fiducia dei cittadini americani al 21% rispetto al sistema bancario.

Come dichiara Dane Holmes , responsabile dei rapporti con gli investitori della Goldman Sachs, ciò che è ancor più preoccupante è che la sfiducia oltre che arrivare dai semplici cittadini giunge anche dagli esperti del mestiere: “ diversi operatori finanziari ci hanno rivelato che considerano le grandi banche come “scatole nere”- cioè sistemi dal funzionamento incomprensibile- e non hanno nessun interesse a investire nelle loro azioni”.

Conseguenza di questa crisi che non ha caratteristiche di un improvviso terremoto quanto più di un lento logoramento che sfianca letalmente porta alla conseguenza della perdita di clienti da parte delle banche, dello stress dei loro manager e della mancata elargizione di prestiti, atteggiamento che comporta inevitabilmente la stagnazione dell’economia.

Ma cosa c’è alla base di questo problema? Il sospetto che le banche falsifichino i loro bilanci.

Negli Stati Uniti esiste un ente privato chiamato Fasb ( Financial accounting standards board) che, su mandato del governo, ha l’incarico di controllare i rapporti annuali e trimestrali inviati dalla banche. Don Young, un ex membro dell’ente al servizio tra il 2005 e il 2008 ha dichiarato che dopo aver ricoperto l’incarico non si fida più delle banche. In linea con la crescente complessità in cui si sono strutturate le banche anche le norme che le regolano ne hanno risentito, creando una selva legislativa confusionaria e intrisa di cavilli incomprensibili. Morale della favola è che timori di cambiamenti in regime di crisi e pressing delle lobby bancarie spingono il Fasb a non cambiare le carte in tavola e dunque ad avere a che fare con un sistema che continua ad essere tutto fuorché chiaro.

Cerchiamo di fare chiarezza sui lati più oscuri del sistema bancario.

Per farlo bisogna analizzare i rendiconti finanziari di una banca, in questo caso quelli della Wells Fargo ritenuta la più cauta delle banche statunitensi.

Si decide di consultare dunque il rapporto annuale del 2011 di questa banca: 236 pagine.

Le prime pagine sono sfoggio di abili strategie di marketing: immagini positive, riferimenti a donazioni in beneficienza e frasi di grande impatto per dare un’immagine positiva dell’azienda.

Con l’inoltrarsi nel contenuto tecnico però ci si trova di fronte ad un manuale criptico, poco comprensibile.

Internazionale985

Ma analizziamo passo dopo passo le voci meno chiare:

  1. Da dove derivano i guadagni della Wells Fargo? Il rapporto divide in redditi in due parti precise: “Redditi da interesse” e “Redditi non da interesse”. Voci all’apparenza semplici e chiare[3] risultano invece essere sibilline. Infatti viene fuori che in queste categorie di reddito vi entrano anche attività speculative. Per la precisione, circa 10 miliardi e mezzo di dollari dei redditi da interesse derivano da operazioni di speculazione finanziaria, mentre per quanto riguarda i redditi non da interesse, più di 7 miliardi di dollari derivano da operazioni di trading(lo scambio di titoli in borsa).Il volume di trading della Wells Fargo fa pensare che la banca abbia più lati oscuri di quel che si pensa.
  2. Hedging: strategia d’investimento  “per ridurre il profilo di rischio di un investimento mediante l’utilizzo di strumenti derivati”[4], l’hedging in realtà è composto da tutta una serie di complessi strumenti finanziari i quali sono difficilmente interpretabili. La complessità del sistema consente dunque ad alcuni operatori di borsa di mascherare operazioni speculative da hedging. Da rapporto, le perdite per il 2011 da operazioni di hedging per quanto riguarda la Wells Fargo sono state di solo un milione di dollari. Quota di sicuro non preoccupante per una banca da 16 miliardi di profitti per il solo anno 2011, certo è che la pratica nasconde lati oscuri.
  3. Scorrendo il rapporto annuale della Wells Fargo ci si imbatte in un’etichetta soprannominata “Servizi alla clientela”. Solo nel 2011 la banca ha guadagnato più di 1 miliardo di dollari tramite questa voce. La domanda sorge spontanea: come si può guadagnare così tanto assistendo i clienti nella compravendita di titoli? Servizi alla clientela per la Wells Fargo vuol dire forte acquisto di derivati, per la precisione 2800 miliardi di dollari di “valore nominale”[5]. Di questa voce così consistente non si ha certezza di quale siano i rischi di perdita. Le banche infatti non si aspettano di perdere o guadagnare l’intera cifra in quanto le probabilità di guadagno e di perdita sui derivati sono molto più contenute rispetto ai loro valori nominali. Tuttavia però come accaduto per la crisi del 2008, eventi di grossa portata e influenza possono far perdere una buona parte del valore nominale di un derivato. Il punto è che la Wells Fargo non è tenuta a far sapere quale potrebbe essere la perdita in quei 2800 miliardi di dollari se le cose andassero verso il peggio.
  4. Il valore equo: gli istituti bancari hanno una grande quantità di attivi e passivi, compreso i derivati che dovrebbero essere registrati al valore equo, ovvero al valore effettivo, oggettivo della banca. La Wells Fargo usa 3 livelli per individuare il valore equo dei suoi titoli: #1  Prezzo di un titolo: determinabile osservando il prezzo di un titolo alla chiusura delle contrattazioni di borsa #2 Derivati e mortgage backed security(mbs)[6]non esistendo mercati pubblici per questi strumenti il loro valore equo non   può essere determinato con precisione, al massimo stimato #3 Prodotti senza informazioni né osservabili, né stimabili: sono i prodotti più enigmatici, come i contratti derivati sui crediti. Il valore equo calcolabile di questi prodotti non è assolutamente credibile. Andiamo ora a vedere l’incidenza dei tre livelli all’interno del bilancio della Wells Fargo. Mentre al livello #1 corrisponde solo una piccola parte del patrimonio della banca al livello #2 appartiene più di 1/3 delle sue risorse, infine al livello #3 corrispondono ben 53 miliardi di dollari di riserve.
  5. Special purpose entity(spe) oggi variable interest entity(vie): ovvero trucchi contabili. In poche parole, se un’azienda possiede solamente una fetta di un’altra società piena di debiti, non deve ascrivere la totalità dei debiti della stessa al suo bilancio. Ma se si avessero abbastanza azioni per controllarla o se avesse un accordo che renda responsabile l’azienda dei debiti dell’altra, a quel punto si dovrebbero considerare i debiti della controllata all’interno dei proprio bilanci. Dieci anni fa aziende come la Enron approfittavano dello spe per tenere fuori dai propri bilanci le perdite di società satelliti. Oggi la spe è diventata vie, ma la sostanza è rimasta la stessa. Ebbene, la Wells Fargo risulta coinvolta in variable interest entity per un totale di 1460 miliardi di dollari. La banca sostiene che il rischio massimo di perdita è molto più basso ma ammonterebbe comunque a circa 60 miliardi, che sono moltissimi per una banca che mantiene come riserve totali 148 miliardi.

Ricette

Dopo la crisi del ’29 negli Stati Uniti il Congresso degli Stati Uniti ripensò la regolamentazione del sistema bancario attorno a due pilastri fondamentali:

  • Un sistema di rendicontazione più chiaro e soprattutto che ne vincoli il rispetto
  • Il concreto rischio di essere puniti per quei dirigenti che seguono condotte sbagliate consapevolmente o frodi e abusi.

Fino agli anni ’80, il sistema finanziario relativo alle banche poteva contare su poche ma ben congeniate normative che soprattutto venivano rispettate. Successivamente, un sistema molto più complesso ed esigente ha cominciato a contare su un apparato normativo molto più prolisso e aleatorio.

La legge sulle attività finanziarie Glass-Steagall del 1933, una delle leggi considerate tra le più influenti del XX secolo, consisteva in appena 37 pagine. Oggi invece, accordi internazionali come il Basilea II o il Basilea III[7] sono costituiti da centinaia e centinaia di pagine.

Più che ideare norme complicatissime incomprensibili e foriere di ulteriori frodi, forse la soluzione sarebbe poche norme chiare e soprattutto rispettate. A livello giudiziario non dovrebbe più essere l’intenzione dei manager ad essere giudicata, rendendo estremamente complesso un giudizio, quanto la spericolatezza delle proprie azioni. Nel momento in cui un amministratore delegato sta firmando per certificare la correttezza del rendiconto finanziario della sua banca dovrebbe poter pensare alle conseguenze che potrebbe subire in caso di dichiarazioni non veritiere.

Un lettore qualunque dovrebbe essere in grado di poter capire un rapporto di una banca, e non dovrebbe essere sottoposto a 236 pagine di concetti astrusi bensì a poche pagine chiare e precise. Del resto una maggiore chiarezza non potrebbe che giovare alle banche stesse in quanto riacquisterebbero credibilità sia agli occhi degli investitori sia agli occhi degli esperti rimettendo in moto un intero sistema che oggi invece è visto come il vero demonio della scricchiolante macchina capitalista.

Personale conclusione

Come scritto nell’introduzione ho di certo scelto un pezzo poco facile come primo tassello di questa rubrica. D’altra parte sono convinto che per avere un’idea precisa di come va il mondo, per scandire slogan come “no al governo delle banche” o cose così, bisognerebbe capire fino in fondo ciò di cui si sta parlando, analizzandolo con pazienza e tempo.

Personalmente, per quanto tecnico, ho avuto modo di apprezzare molto questo articolo e ho cercato di renderlo il più possibile chiaro. In particolare qui si è analizzato il sistema bancario americano ma mi sembra di poter dire che il concetto di “banca” in generale non se la passi bene da nessuna parte. La crisi economica del 2008 del resto è partita dagli Stati Uniti, da un sistema selvaggio, sconsiderato, senza regole né etica. Il trend di questo sistema mi pare sia osservabile anche in Italia, basti osservare le vicende recenti del Monte dei Paschi. Le banche ad oggi continuano a rappresentare un sistema losco e colluso con i grandi poteri politici, luna park della speculazione, logica infame e, concedetemelo, assolutamente postmoderna. Sacche di potere che hanno gioco facile nel mantenersi nella penombra. Finché nessuno andrà veramente a scavare nei loro sistemi potranno continuare a fare i loro interessi sulle spalle dei più deboli, dei cittadini onesti ad esempio.

IPostmoderni

Ps prometto che la rubrica sarà molto più leggera in futuro.

Pps essendo un articolo molto complesso non ho aggiunto molte considerazioni, limitandomi per lo più a riportare i fatti.


[1] La funzione di questa unità è quella di ridurre i rischi dell’istituto e di gestire le sue riserve liquide.

[2] Cit. The Atlantic, What’s in America’s Banks?, Gennaio 2013, Pag.23

[3] Per “Redditi da interesse” si intendono i redditi derivanti dagli interessi sui prestiti bancari; per “Redditi da non interesse” invece si intendono le diverse spese addebitate ai clienti ( costi di gestione del conto ad esempio).

[4] Wikipedia

[5] Valore teorico di un titolo.

[6] Titoli garantiti da un insieme di prestiti ipotecari.

[7] Pacchetto di regole approvato dalle banche centrali .

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