Appena rientrato da questo splendido viaggio in Irlanda, senza nemmeno calarmi nella routine, senza nemmeno riprendere a respirare l’aria di casa, trattenendo il fiato, accendo il computer e mi calo nel racconto di uno dei posti più meravigliosi che ho mai avuto modo di visitare: le scogliere di Moher.

E allora sono qui con la finestra aperta, lasciandomi cullare da una fresca, leggera brezza che tanto mi ricorda paesaggi mozzafiato, con gli u2 di sottofondo che racconto il luogo dell’incanto, quella fonte di ispirazione così candida che ho scelto come sfondo del mio blog.

Quando a bordo di una macchina ti perdi nei meandri dei paesaggi irlandesi capisci quanto sia splendido vivere, quanti tesori spettacolari il mondo ti aveva nascosto fino a ieri, di quanti posti ignori persino l’esistenza e di quanto ciò possa essere non solo un grande peccato ma quasi un crimine contro te stesso.

Perché questo paese è tagliato dolcemente da piccole e graziose stradine contornate da infiniti pascoli di mucche, pecore e capre che all’unisono alzano la testa lievemente piegata sui prati verdi al passaggio della tua macchina.

Perché interminabili muretti costituiti da affilate pietre di un colore bruno, con sfumature bronzee, dividono come reticolati i prati e deliziose casette in distanza, sparpagliate come se temessero di disturbarsi tra di loro, dai svariati colori si ergono simpatiche sullo sfondo.

Il cupo cielo ti concilia con posti così intensi, le enormi nuvole in eterna evoluzione costituiscono un tutt’uno micidiale che ti stende, ti cattura, ti fa volar via con la mente.

Ed è questo il tragitto che porta verso le scogliere di Moher, un tragitto infine costellato da laghi straripanti, ammassi rocciosi che rimandano la mente a suggestioni che si perdono lontane nella storia, e castelli medievali costeggiati da un verde vivo.

Poi, costeggiando le floride coste dell’Irlanda occidentale, venendo dalla pittoresca città di Galway, cominci ad arrampicarti con la macchina verso altipiani costellati da poderosi ammassi nuvolosi.

Parcheggi la macchina e ti incammini verso le scogliere. Una brezza potente ti abbraccia calorosamente annunciandoti lo spettacolo e tu, volgendo lo sguardo per terra per goderti come un’esplosione improvvisa la natura nella sua massima espressione, ti incammini verso il panorama.

Gli uccelli ti annunciano, piano piano salendo per la stradina avverti che ti stai avvicinando a qualcosa di raro.

A due passi dal punto panoramico, delimitato da un muretto composto da lastre rocciose conficcate per terra, decidi che è arrivato il momento, volgi gli occhi alle scogliere e…perdi le parole per interi minuti, attimi in cui il tuo cuore tenta invano di trovare un accordo con la tua mente per scegliere la parola giusta per descrivere ciò che stai vivendo e questo stato di straniamento metafisico ti pervade con indescrivibile magia.

Scogliere imponenti come solo la natura può si snodano sinuose per chilometri nell’oceano. Intarsiate da migliaia di gabbiani, pitturate di un verde sfumato nella cima, ai suoi piedi scogli di un rosso violento, frastagliati, cupi, magici, indescrivibili.

Le osservi, le fai tue con religiosa contemplazione. Le respiri, le ascolti, le tocchi con mano, le senti dentro di te.

Cupe appaiono le ultime sezioni e invischiate in una incredibile foschia. Tu pensi che lì, per forza, debba finire il mondo, il mondo è degno di terminare con tanta bellezza, con qualcosa di infinito, di imponderabile, inimmaginabile.

E invece il mondo continua e come parabola di bellezza le scogliere abbracciano fraternamente l’oceano, si fondano con lui, con esso si consumano, si modellano, si evolvono rimanendo sempre uguali.

E allora sei lì, impalato e ti senti piccolo, piccolo, nullità di fronte alla natura. E provi a chiederti se hai mai visto qualcosa di simile e ti dici che non è possibile vedere qualcosa di simile.

Non è proprio possibile.

Non è proprio possibile.

IPostmoderni

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