Quest’oggi partiamo con un articolo ambizioso, devo dire estremamente al passo coi tempi, decisamente tecnico tanto da, non ve lo nascondo, esser stato davvero ostico da comprendere.

L’articolo è tratto dal mensile The Atlantic e il titolo originale è “What’s inside America’s banks?”( qui ne riporto il link: http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2013/01/whats-inside-americas-banks/309196/). In un periodo storico in cui monta feroce l’ostilità verso il sistema bancario mi sembra doveroso cercare di far luce sugli ingranaggi interni delle banche.

Proverò dunque a sintetizzare l’articolo e semplificarlo, rendendolo più schematico. Non pretendo di essere estremamente chiaro ma l’intento e la volontà ci sono tutte. Cominciamo dunque.

COSA C’E’ NELLE BANCHE

La crisi finanziaria che ha investito il sistema capitalistico a partire dal 2008 ha una radice fondamentale: la mancanza di trasparenza da parte degli istituti bancari.

Dalla caduta nell’autunno 2008 della Lehman Brothers si è assistito ad una graduale perdita di fiducia verso il sistema bancario, al quale si è cercato di dare una regolamentazione onde restituirgli credibilità. Progetto che, per quanto ambizioso, non ha funzionato.

Questo è testimoniato dalle ingenti perdite che ha subito lo scorso anno la JPMorgan, per gli investitori americani una delle aziende statunitensi più affidabili. Le perdite della suddetta banca sono derivate da un’unità poco nota della banca, il chief investiment office (Cio)[1].

Indicata dai dirigenti della banca come un’unità prudente che non avrebbe potuto comportare grandi perdite, questa voce ha comportato una perdita di ben 6 miliardi di dollari. Un perdita che non farà certo fallire la JPMorgan, ma che sicuramente costituisce un colpo ben assestato alla sua credibilità soprattutto perché vanta la fama di migliore banca nella gestione del rischio.

Ma la banca statunitense non è certo l’unica che mostra lati oscuri persistenti del sistema bancario. Negli ultimi mesi un altro scandalo ha fatto tremare il mondo finanziario: la manipolazione del Libor (London interbank offered rate). Il Libor non è altro che il tasso applicato dalle banche quando si prestano soldi tra loro e dà la misura della fiducia che nutrono le une nelle altre[2].

La Barclays ha già pagato una grossa multa per evitare l’azione penale e civile delle autorità statunitensi e britanniche mentre l’Ubs, la JPMorgan, la Bank of America e la Deutsche Bank sono sotto inchiesta per lo stesso illecito.

Questi ed altri scandali hanno fatto crollare la fiducia dei cittadini americani al 21% rispetto al sistema bancario.

Come dichiara Dane Holmes , responsabile dei rapporti con gli investitori della Goldman Sachs, ciò che è ancor più preoccupante è che la sfiducia oltre che arrivare dai semplici cittadini giunge anche dagli esperti del mestiere: “ diversi operatori finanziari ci hanno rivelato che considerano le grandi banche come “scatole nere”- cioè sistemi dal funzionamento incomprensibile- e non hanno nessun interesse a investire nelle loro azioni”.

Conseguenza di questa crisi che non ha caratteristiche di un improvviso terremoto quanto più di un lento logoramento che sfianca letalmente porta alla conseguenza della perdita di clienti da parte delle banche, dello stress dei loro manager e della mancata elargizione di prestiti, atteggiamento che comporta inevitabilmente la stagnazione dell’economia.

Ma cosa c’è alla base di questo problema? Il sospetto che le banche falsifichino i loro bilanci.

Negli Stati Uniti esiste un ente privato chiamato Fasb ( Financial accounting standards board) che, su mandato del governo, ha l’incarico di controllare i rapporti annuali e trimestrali inviati dalla banche. Don Young, un ex membro dell’ente al servizio tra il 2005 e il 2008 ha dichiarato che dopo aver ricoperto l’incarico non si fida più delle banche. In linea con la crescente complessità in cui si sono strutturate le banche anche le norme che le regolano ne hanno risentito, creando una selva legislativa confusionaria e intrisa di cavilli incomprensibili. Morale della favola è che timori di cambiamenti in regime di crisi e pressing delle lobby bancarie spingono il Fasb a non cambiare le carte in tavola e dunque ad avere a che fare con un sistema che continua ad essere tutto fuorché chiaro.

Cerchiamo di fare chiarezza sui lati più oscuri del sistema bancario.

Per farlo bisogna analizzare i rendiconti finanziari di una banca, in questo caso quelli della Wells Fargo ritenuta la più cauta delle banche statunitensi.

Si decide di consultare dunque il rapporto annuale del 2011 di questa banca: 236 pagine.

Le prime pagine sono sfoggio di abili strategie di marketing: immagini positive, riferimenti a donazioni in beneficienza e frasi di grande impatto per dare un’immagine positiva dell’azienda.

Con l’inoltrarsi nel contenuto tecnico però ci si trova di fronte ad un manuale criptico, poco comprensibile.

Internazionale985

Ma analizziamo passo dopo passo le voci meno chiare:

  1. Da dove derivano i guadagni della Wells Fargo? Il rapporto divide in redditi in due parti precise: “Redditi da interesse” e “Redditi non da interesse”. Voci all’apparenza semplici e chiare[3] risultano invece essere sibilline. Infatti viene fuori che in queste categorie di reddito vi entrano anche attività speculative. Per la precisione, circa 10 miliardi e mezzo di dollari dei redditi da interesse derivano da operazioni di speculazione finanziaria, mentre per quanto riguarda i redditi non da interesse, più di 7 miliardi di dollari derivano da operazioni di trading(lo scambio di titoli in borsa).Il volume di trading della Wells Fargo fa pensare che la banca abbia più lati oscuri di quel che si pensa.
  2. Hedging: strategia d’investimento  “per ridurre il profilo di rischio di un investimento mediante l’utilizzo di strumenti derivati”[4], l’hedging in realtà è composto da tutta una serie di complessi strumenti finanziari i quali sono difficilmente interpretabili. La complessità del sistema consente dunque ad alcuni operatori di borsa di mascherare operazioni speculative da hedging. Da rapporto, le perdite per il 2011 da operazioni di hedging per quanto riguarda la Wells Fargo sono state di solo un milione di dollari. Quota di sicuro non preoccupante per una banca da 16 miliardi di profitti per il solo anno 2011, certo è che la pratica nasconde lati oscuri.
  3. Scorrendo il rapporto annuale della Wells Fargo ci si imbatte in un’etichetta soprannominata “Servizi alla clientela”. Solo nel 2011 la banca ha guadagnato più di 1 miliardo di dollari tramite questa voce. La domanda sorge spontanea: come si può guadagnare così tanto assistendo i clienti nella compravendita di titoli? Servizi alla clientela per la Wells Fargo vuol dire forte acquisto di derivati, per la precisione 2800 miliardi di dollari di “valore nominale”[5]. Di questa voce così consistente non si ha certezza di quale siano i rischi di perdita. Le banche infatti non si aspettano di perdere o guadagnare l’intera cifra in quanto le probabilità di guadagno e di perdita sui derivati sono molto più contenute rispetto ai loro valori nominali. Tuttavia però come accaduto per la crisi del 2008, eventi di grossa portata e influenza possono far perdere una buona parte del valore nominale di un derivato. Il punto è che la Wells Fargo non è tenuta a far sapere quale potrebbe essere la perdita in quei 2800 miliardi di dollari se le cose andassero verso il peggio.
  4. Il valore equo: gli istituti bancari hanno una grande quantità di attivi e passivi, compreso i derivati che dovrebbero essere registrati al valore equo, ovvero al valore effettivo, oggettivo della banca. La Wells Fargo usa 3 livelli per individuare il valore equo dei suoi titoli: #1  Prezzo di un titolo: determinabile osservando il prezzo di un titolo alla chiusura delle contrattazioni di borsa #2 Derivati e mortgage backed security(mbs)[6]non esistendo mercati pubblici per questi strumenti il loro valore equo non   può essere determinato con precisione, al massimo stimato #3 Prodotti senza informazioni né osservabili, né stimabili: sono i prodotti più enigmatici, come i contratti derivati sui crediti. Il valore equo calcolabile di questi prodotti non è assolutamente credibile. Andiamo ora a vedere l’incidenza dei tre livelli all’interno del bilancio della Wells Fargo. Mentre al livello #1 corrisponde solo una piccola parte del patrimonio della banca al livello #2 appartiene più di 1/3 delle sue risorse, infine al livello #3 corrispondono ben 53 miliardi di dollari di riserve.
  5. Special purpose entity(spe) oggi variable interest entity(vie): ovvero trucchi contabili. In poche parole, se un’azienda possiede solamente una fetta di un’altra società piena di debiti, non deve ascrivere la totalità dei debiti della stessa al suo bilancio. Ma se si avessero abbastanza azioni per controllarla o se avesse un accordo che renda responsabile l’azienda dei debiti dell’altra, a quel punto si dovrebbero considerare i debiti della controllata all’interno dei proprio bilanci. Dieci anni fa aziende come la Enron approfittavano dello spe per tenere fuori dai propri bilanci le perdite di società satelliti. Oggi la spe è diventata vie, ma la sostanza è rimasta la stessa. Ebbene, la Wells Fargo risulta coinvolta in variable interest entity per un totale di 1460 miliardi di dollari. La banca sostiene che il rischio massimo di perdita è molto più basso ma ammonterebbe comunque a circa 60 miliardi, che sono moltissimi per una banca che mantiene come riserve totali 148 miliardi.

Ricette

Dopo la crisi del ’29 negli Stati Uniti il Congresso degli Stati Uniti ripensò la regolamentazione del sistema bancario attorno a due pilastri fondamentali:

  • Un sistema di rendicontazione più chiaro e soprattutto che ne vincoli il rispetto
  • Il concreto rischio di essere puniti per quei dirigenti che seguono condotte sbagliate consapevolmente o frodi e abusi.

Fino agli anni ’80, il sistema finanziario relativo alle banche poteva contare su poche ma ben congeniate normative che soprattutto venivano rispettate. Successivamente, un sistema molto più complesso ed esigente ha cominciato a contare su un apparato normativo molto più prolisso e aleatorio.

La legge sulle attività finanziarie Glass-Steagall del 1933, una delle leggi considerate tra le più influenti del XX secolo, consisteva in appena 37 pagine. Oggi invece, accordi internazionali come il Basilea II o il Basilea III[7] sono costituiti da centinaia e centinaia di pagine.

Più che ideare norme complicatissime incomprensibili e foriere di ulteriori frodi, forse la soluzione sarebbe poche norme chiare e soprattutto rispettate. A livello giudiziario non dovrebbe più essere l’intenzione dei manager ad essere giudicata, rendendo estremamente complesso un giudizio, quanto la spericolatezza delle proprie azioni. Nel momento in cui un amministratore delegato sta firmando per certificare la correttezza del rendiconto finanziario della sua banca dovrebbe poter pensare alle conseguenze che potrebbe subire in caso di dichiarazioni non veritiere.

Un lettore qualunque dovrebbe essere in grado di poter capire un rapporto di una banca, e non dovrebbe essere sottoposto a 236 pagine di concetti astrusi bensì a poche pagine chiare e precise. Del resto una maggiore chiarezza non potrebbe che giovare alle banche stesse in quanto riacquisterebbero credibilità sia agli occhi degli investitori sia agli occhi degli esperti rimettendo in moto un intero sistema che oggi invece è visto come il vero demonio della scricchiolante macchina capitalista.

Personale conclusione

Come scritto nell’introduzione ho di certo scelto un pezzo poco facile come primo tassello di questa rubrica. D’altra parte sono convinto che per avere un’idea precisa di come va il mondo, per scandire slogan come “no al governo delle banche” o cose così, bisognerebbe capire fino in fondo ciò di cui si sta parlando, analizzandolo con pazienza e tempo.

Personalmente, per quanto tecnico, ho avuto modo di apprezzare molto questo articolo e ho cercato di renderlo il più possibile chiaro. In particolare qui si è analizzato il sistema bancario americano ma mi sembra di poter dire che il concetto di “banca” in generale non se la passi bene da nessuna parte. La crisi economica del 2008 del resto è partita dagli Stati Uniti, da un sistema selvaggio, sconsiderato, senza regole né etica. Il trend di questo sistema mi pare sia osservabile anche in Italia, basti osservare le vicende recenti del Monte dei Paschi. Le banche ad oggi continuano a rappresentare un sistema losco e colluso con i grandi poteri politici, luna park della speculazione, logica infame e, concedetemelo, assolutamente postmoderna. Sacche di potere che hanno gioco facile nel mantenersi nella penombra. Finché nessuno andrà veramente a scavare nei loro sistemi potranno continuare a fare i loro interessi sulle spalle dei più deboli, dei cittadini onesti ad esempio.

IPostmoderni

Ps prometto che la rubrica sarà molto più leggera in futuro.

Pps essendo un articolo molto complesso non ho aggiunto molte considerazioni, limitandomi per lo più a riportare i fatti.


[1] La funzione di questa unità è quella di ridurre i rischi dell’istituto e di gestire le sue riserve liquide.

[2] Cit. The Atlantic, What’s in America’s Banks?, Gennaio 2013, Pag.23

[3] Per “Redditi da interesse” si intendono i redditi derivanti dagli interessi sui prestiti bancari; per “Redditi da non interesse” invece si intendono le diverse spese addebitate ai clienti ( costi di gestione del conto ad esempio).

[4] Wikipedia

[5] Valore teorico di un titolo.

[6] Titoli garantiti da un insieme di prestiti ipotecari.

[7] Pacchetto di regole approvato dalle banche centrali .

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