Ultimamente si è sviluppata questa tendenza di identificare come fosse un vero e proprio “popolo” lo stuolo di utenti dei più popolari social network di questa nostra era, Facebook e Twitter.

Non passa giorno senza che non si faccia riferimento all’ ironia del popolo di Twitter o agli sfoghi del popolo di Facebook.

Semplici agglomerati sociali sono diventati comunità con caratteristiche precise e distintive che delineano un nuovo modo non solo di fare ironia, ma di esprimersi in generale. Tutto ciò non riesce a suscitarmi altro che un sentimento di imbarazzo provocato da qualcosa che ai miei occhi denota una bassezza appunto imbarazzante.

Già in passato ho espresso la mia posizione riguardo i social network in generale, già in passato mi è capitato di pitturarli come strumenti di propagazione di una potenziale democrazia utopistica basata su estremi leggi di condivisione e socializzazione che però scadono ben oltre i confini dell’autocontrollo, della governabilità della volontà.

Ma in questo voler pitturare, rinchiudere in un gruppo prefissato una certa categoria di persone che si ritrovano su uno di questi social ci vedo un vero e proprio atto violento e irriguardoso. Il mondo dei social può anche essere un mondo, per fortuna, in cui si può essere scostanti e mantenere una propria preziosa posizione di solitudine. Il punto appena fatto, che sembra una contraddizione con la pura natura alla base dell’idea social network, è invece, a mio modo di vedere uno spunto fondamentale per studiare nuovi usi di queste nuove tecnologie. Che non sono usi di vanità ed esibizionismo quanto di catalogazione e razionalizzazione dei propri interessi usufruibili nel vastissimo mondo di internet.

Facebook, come Twitter, può essere usato interagendo, ad esempio, solo con alcune pagine di particolare interesse, che lungi dal catapultare l’utente in un meccanismo complesso e duraturo di interazioni forzate e operazioni di cura continua della propria identità virtuale,  hanno il semplice compito di informare, nel senso di procacciare informazioni, immagini, curiosità, interessi ovvero tutto ciò che di meglio internet ha da offrire.

In questo senso sentirsi accomunati ad un “popolo” che, in tantissimi casi, non è in grado né ha volontà di condividere genuinamente  quanto di apparire in qualsiasi modo ai numerosissimi occhi invadenti dei social, è qualcosa che idealmente suscita in me una certa insofferenza.

In parole ancora più chiare l’insofferenza nasce dall’essere accomunati in umori dettati non da logiche personali e intime quanto da una necessità di apparire in un certo modo: l’ironia del popolo di Twitter in poche parole è un insieme di battute tanto o poco felici non dettate dal genuino e spontaneo bisogno di fare ironia quanto dalla ferrea regola non scritta dell’apparire. In quest’ottica l’ironia del popolo di Twitter  e l’indignazione del popolo di Facebook mi appaiono come ciò che di più falso e post-moderno possa esserci in circolazione oggi.

Essere accomunati contro la proprio volontà in un contesto di falsa cortesia, convivialità, empatia, in una comunità che, segando ogni caratteristica sociale, accomuna tutti solo perché titolari di account, penso sia, dunque, un atto superficiale e profondamente ingiusto.

L’ironia di Twitter assume le sembianze di una grande tavolata chiassosa in cui ognuno a turno cerca di sparare la battuta più riuscita. Ecco che tante voci, costrette ad esprimersi, si perdono in banalità e sciocchezze non degne di nota, mentre altre, taglienti e più seducenti, suscitando una risata danno modo al proprio ideatore di godersi i propri pochi attimi di vana ed effimera gloria. Il punto è che, in questa tavolata, non mi viene proprio di trovare una sola ragione per ridere.

IPostmoderni

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