Vorrei che rimanesse quel brivido sulla mia pelle, quella sensazione di perdizione che si trova solo di fronte al peso della storia, di certa storia, di certe storie della storia che angosciano, straziano e riempiono il cuore di tutto quel compatto agglomerato di valori e sensazioni che noi non abbiamo mai conosciuto. Vorrei che questo non svanisse mentre mi accingo a scrivere questo pensiero piangente.

Uno strazio indicibile, un odore ancora pregno di sangue e dolore, l’insostenibile, impossibile fardello di ciò che fu tra quelle mura.

Sono stato al Museo della Liberazione di Roma, a via Tasso. Un’oasi autentica di denso riflettere e dai fortissimi echi che propagano gli strazi dell’occupazione nazista di Roma a cavallo tra il ‘43 e il ‘44.

Il museo che altro non è che un palazzo, è l’unico esemplare di prigione nazista che è sopravvissuta in modo totalmente autoctono dalla fine della II guerra mondiale e la liberazione di Roma. Il palazzo era la sede della Gestapo a Roma, il suo quartier generale.

Prigionieri hanno stazionato nelle sue stanzi per i mesi dell’occupazione.

Stanze anguste, con finestre rigorosamente murate, piccolissime le dimensioni, le scritte sui muri, atroci ma fiere, piene di patria e spirito, e ardore.

Chi erano i partigiani? Quelli che scrivevano quegli appelli colmi di onore su quelle mura bastarde. Torture indicibili, segregazione micidiale, l’odore pesante che mai sembra aver abbandonato quelle mura.

Le celle buie, gli impianti elettrici lasciati così com’erano, immobili, a testimoniare il contorno della violenza, tortura, morte che aleggiava in quei locali.

Lettere e pensieri sono tutti sparsi nel museo/prigione. Parlano di come passavano le settimane in quelle stanze, di come il tempo  si costituisse mannaia cinica e spietata, di come i secondi diventavano ore e le giornate un continuum senza alcuna interruzione né cambiamento né alcun evento che non fosse l’atroce.

Pensieri che si riferiscono alla caducità della vita. Le lacrime che dagli occhi fuggono via quando incontri non parole ma il cuore di qualcuno vestito sicuramente in modo meno adeguato di te, affamato sicuramente più di te, sporco più di te, turbato molto più di te che parla ai suoi familiari, alle loro sorti, e si proclama senza nessun rimorso perché ha combattuto fino all’ultimo respiro contro l’oppressione.

Le lacrime di fronte ad un pezzo di pane su cui venne inciso “coraggio mamma”. Cimeli delle Fosse Ardeatine.

La bestialità dell’uomo. L’ardore che sale piano piano su e che ti fa assaporare enormemente la bellezza della libertà di oggi.

Le sensazioni, il magone che staziona lì, sullo stomaco, vorresti abbracciare tutte quelle persone coraggiose. Vorresti dirle grazie, vorresti dirle ti voglio bene, vorresti chiederle scusa.

Questo cielo terso sembra piangere ancora quelle storie.

Storie di uomini infiniti, fieri che dall’alto oggi ci osservano.

Il museo è gratuito ed è un peccato non andarci per chi magari a Roma ci abita o ci si reca spesso.

Il peso della storia, la resistenza, la fede nobilita l’uomo e lo rende immortale.

Certa storia, oggi a maggior ragione, può aiutare a capire. Ciò che è realmente  importante, ciò che per cui vale la pena piangere. Ciò per cui davvero è valsa la pena lottare e morire.

Con passione.

IPostmoderni.

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