Non ce la faccio più. Leggo, esco, rientro, guardo, osservo, dico, faccio. C’è sempre un nuovo fenomeno, che, attentamente osservato da tutti i mezzi di informazione, si impone all’attenzione di tutti. Ogni giorno è un nuovo social, social network, SOCIALBOOM!

Indiavolatissimi studenti che sentono sulle spalle e alle spalle la crisi (ma quale delle tante?) si attaccano alla bramosa esperienza di Facebook, tramite cui un brufoloso nerd di Harvard, arrivista e postmoderno al punto finale, è riuscito a cavare dall’algoritmo Facebook una miniera di miliardi di miliardi di miliardi di dollari. Poi Twitter, poi Foursquare, Flickr, Badoo e poi ogni giorno storie su storie, kilometri e kilometri di storie, nuove storie, sempre storie, di social network, di start-up per un mondo non tendente al social, un mondo totalmente social con qualche sporadica esperienza reale. Gli studenti si chiudono nel social, il social è ormai stato creato per ogni piccola, minima, minuziosissima esigenza, il social è diventato anche glocal, social a proiezione locale, social-glocal, tesi e antitesi, ormai si sposa con ogni cosa, è il decennio del social, l’era del social, del 2.0, si dovrà fare un passo indietro, sempre più persone vorranno resistere ma si sentiranno tagliate fuori dalla maggioranza che opprime e che solitudine scava in solchi profondi.

Stamane leggo di altri, nuovi social, un social per ritrovare gli amici e le connessioni in città diverse, un social che sembra scaturire da Facebook e un altro social simile, italiano, per gli universitari che incoraggia il random incontro sul web con gente con la quale non avremmo mai avuto niente da spartire o forse si?

Non è questo il punto, l’overdose da social e l’impianto di un sistema che, per cause naturali e difficili da contestare, si allarga, mette radici nel contesto, lo pittura, lo rimodella, nuovi paradigmi di realtà, modelli. Ottiche e noi smarriti al di sopra della nostra piccola bandierina che sventoliamo in mezzo a milioni di altri vessilli ci sentiamo comunque unici, forti e impetuosi.

Cos’è questa orgia indesiderata se non un massiccio e violento tentativo di sedare, annullare, violentare la naturale solitudine, il naturale concatenamento di aggettivi, caratteristiche, peculiarità? Cos’è questo sbraitare univoco, questo chiacchiericcio infinito e a colpi di ego che si staglia nelle milioni di piattaforme social? Prendi il mio social bicchiere e riempilo di social coca cola e poi ascolta il mio social pensiero fumandoci una social sigaretta.

Capisci?

Capisci?

Ma che cazzo. La novità si stempera e crea imitazione e imitazione spinge fino all’estremo limite una socializzazione che comincia a stancare, asfaltare bituminoso delle personalità. Diamine!

Le spinte sono imperiose e inverosimili, reality show virtuali, decido chi accettare nelle mie cerchie chi no, rendo tutto evidente, leggibile, tracciabile in un mondo in cui solo i soldi non sono tracciabili tutto il resto lo è, come se tutto il resto non valesse nulla e anzi va esibito. I soldi no, quelli secretati, inaccessibili, miei e tuoi.

La spinta soffoca le menti, la spinta soffoca l’ego delle persone, la spinta propulsiva continua a spingere ma è troppo, la social pazienza comincia a rompersi i coglioni ogni giorno di leggere social spinte a socializzare, ma che cazzo ci sarà mai da socializzare, la logica del concatenarsi è violentata e distrutta, ci si concatena (ci si “trova”) forzatamente, non per condividere ma per mostrarsi.

Sono cresciuto con la convinzione che gli amici, quelli veri, che si concatenano con il tuo essere, si contano sul palmo della mano. Il socializzare fine a sé stesso è un’astrazione di tutto ciò, un convincimento, assuefazione che porta a considerare i contatti come vitali, a non farcela avere con il mondo ma omologarci a questo. Condivido foto aforismi fiori e passioni.

E noi invece dove cazzo siamo andati a finire?

 

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