E di fatto è proprio complicato delle volte confinarsi dentro certi spazi, darsi un termine, un orario, un blocco etico.

Di fatto ci vuole molto poco a contornarsi di confini mentali e del resto è ciò che più, forse, ci condiziona. Non dico, non faccio, non salto, non ballo, non sputo, non amo, non bacio, non canto, non parlo, non rido, non sono perché c’è un qualche limite mentale.

Adoro l’effetto dell’alcol perché sdogana te stesso.

No, non penso assolutamente che sia una cosa triste. L’alcol in sé è il killer di tanti limiti che tradizione, natura dell’essere umano e sua evoluzione, equilibrio sociale e chissà cosa ancora, impongono.

In questo senso osservo come la droga sia stata spesso fonte d’ispirazione di grandi artisti. In questo senso osservo che l’arte è l’esaltazione, è il rendere eterno ciò che una droga rende passeggero: la naturalezza dell’essere, la necessità di essere la natura di se stessi.

Quello che mi balena per la testa è che l’arte sia, oltre che tantissime cose, oltre che qualcosa che di certo non sarò io a definire, anche perché, penso, indefinibile, la capacità anzi la necessità da parte dell’essere umano di fuoriuscire le costrizioni, le forzature innaturali dell’animo umano sacrificate all’altare della coesione sociale e la convivenza feconda della società, la capacità di mostrare ai mondi sé stessi, il più profondo “profondo” di se stessi, l’arte che in ognuno di noi stagna è la consapevolezza dell’importanza di cose alle quali chi ci circonda sembra non dare importanza affatto.

Il desiderio di mostrare ciò che amiamo e che ameremmo fare, dire e che non sappiamo. L’artista è molto spesso un uomo che appare buffo e eccentrico. Un uomo che si confina nel suo mondo e che è in preda ad effetti speciali spassosissimi.

L’artista è un “pazzo”[1], uno che fuoriesce, fortemente vuole fuoriuscire da certi steccati. Uno che mette da parte spezzoni di coscienza preconfezionati.

Già che ci penso, non è per forza arte quella che deve saper creare, quanto uno stato mentale.

Penso a questo da un po’ di tempo e sono convinto di questo. Se io mi ritengo un artista? In questo penso di essere sulla strada giusta. Voglio essere sulla strada giusta.

Parlavo dell’alcol come sdoganatore di se stessi. L’alcol è in effetti ciò che più di immediato c’è, una bellissima illusione. Essere così diversi nel giro di così poco tempo mi sembra sempre qualcosa di speciale.

Sa esserci dell’arte anche nel bere. Un conto è bere per molestare o rimorchiare, un conto è bere in una misurazione con se stessi, in un confronto con un’essenza di noi addormentata di solito che sà essere aggressiva e di reazione, come estremamente romantica e passionale.

Un conto è bere per sedersi sul divano di se stessi e osservarsi allo specchio parlare, pensare, osservare. È una cosa strana che mi succede quando sono un po’ fuori di me. Sono io ma sento un distacco tra l’io che osserva e l’io che agisce.

Il post non ha l’intento di abilitazione dell’alcol.

Il post è una mia convinzione. Una mia riflessione, come le precedenti. Può essere un male bere? Certamente lo è, specialmente per lo squilibrio psicofisico che può derivarne.  Ma limitarsi a questo sarebbe stupido nonché insensato. Di fronte a tanto movimento, a tanto roteare, osservarsi, agire e manifestarsi, in un modo talvolta così disperato perché solitamente stremati dai confini di cui sopra, penso sia il caso di porre riflessioni e aprirci di fronte al tema maestro, già trattato in alcuni appassionati post precedenti: siamo noi, davvero noi stessi a vivere o la proiezione civilizzata di noi stessi? Riconciliarsi con certe “droghe” è o non è un modo di capire come questo confine morale che la società appone intorno a noi deve essere intimamente, personalmente contrastato per ritrovare una consapevolezza propria? Può essere considerata l’arte come il movimento consapevole di noi stessi di essere finalmente noi stessi?

IPostmoderni.


[1] Secondo loro/noi

Annunci