Ancora mi ritrovo qui a chiedermi cosa c’è che non va in ognuno di noi.

Scrivere per me è sempre stato, forse, l’unico mezzo di razionalizzazione di cui dispongo. Prima di questo momento, per me sublime, che di solito sposo con un sottofondo musicale, tutto ciò che ho in testa è una nube fitta in cui si susseguono pensieri e idee che non fanno corpo unico, quanto una confusione bestiale che mi inibisce, mi rende confuso e alla ricerca di una via d’uscita. Lo scrivere per me è una terapia, una pulizia, uno spostare al di là della mente alcune radici infinite, alcuni filoni kilometrici di pensieri e sensazioni ai quali dedico interi periodi a volte bui.

Oggi la specializzazione è la via per emergere.

La specializzazione è il simbolo della rivoluzione industriale, il simbolo del capitalismo moderno in cui ognuno deve aver quel ruolo. Ognuno deve essere completo e fonte di garanzia per quel che copre, per ciò che fa. Alcuni ruoli sono fondamentali e vengono retribuiti nel modo migliore, altri sono considerati ruoli minori e vengono retribuiti con briciole, a volte bruscolini, un pochino più sfiziosi, ma pur sempre bruscolini. Ci sono tantissime storture nel sistema. Un calciatore che guadagna milioni di euro è una stortura, gli strozzini che applicano interessi usurai sui capitali prestati, sono una stortura, i dirigenti. Ci sono poi storture sociali che derivano da meccanismi che più che premiare la specializzazione, già di per sé carattere poco umano, perché l’uomo diventa oggetto, l’oggetto del suo lavoro, se si vuol esser precisi, premiano logiche di conoscenza, furbizia, comportamenti immorali. Questa è una peculiare caratteristica italiana. La furbizia qui è un alto valore, chi è furbo viene rinfrancato, esaltato con l’appellativo probabilmente in uso prevalentemente a Roma, o comunque nel Lazio, di “sveglio”.

Una “persona sveglia” è una che sa come fregare il prossimo, che non rispetta una fila, che si accaparra di diritti pur non avendone i requisiti per goderne. La furbizia, al di là delle dichiarazioni di facciata, è un valore ampiamente riconosciuto in certi ambienti, in questa collettività.

Se la tv è la propagazione di questo sistema, la proiezione dello stesso, tantissimi parenti e specialisti riciclati la popolano. Il dramma è che sono ascoltati e magari, le loro tesi discusse.

In una società in cui ognuno è specializzato in qualcosa e in una peculiarità italiana in cui la furbizia è innalzata a valore universale, ci sono ulteriori vizi che rendono il clima e la qualità morale civile dispendiosamente marcia.

Non sarò certo io ad evidenziare l’individualismo che impera in questa epoca.

Parlare di individualismo ed egoismo in termini generici, a mio modo di vedere, non ha molto senso. L’individualismo è insito nell’uomo. Ogni singola azione, a mio personale parere, è pervasa da un interesse proprio. Chiaramente l’interesse può essere scisso in positivo e negativo. L’interesse positivo porta ad azioni “belle”, sociali, solidali. L’interesse negativo porta a sé stesso, punto e basta, magari a discapito di altri.

L’individualismo che vedo oggi è l’individualismo legato all’interesse della specie negativa. Una caratteristica che ogni giorno risalta ai miei occhi è la cattiveria. La cattiveria è diversa dalla verità. La verità è l’oggettivo seppur presunto punto di vista del soggetto. La cattiveria è invece un’arma, estremamente diffusa. La cattiveria è presente nei bar, nelle pizzerie, nelle amicizie, negli autobus, ovunque. La cattiveria vive sotto variopinte forme, di cui forse la più diffusa e generica è la maleducazione. La cortesia, per lo meno nell’habitat romano è un miraggio che si materializza in modo estremamente raro.

La cortesia è un atteggiamento che molto spesso, in una società così costruita, diventa spesso indice, erroneamente, di inferiorità.

La cattiveria è molto spesso gratuita e da cosa è data se non da una esasperata esigenza di affermazione di sé stessi? Qual è il miglior modo di difendere se stessi, la percezione che si ha di sé, se non attaccando, delegittimando, trattando male qualcun altro?

Quanti di noi non si sono mai scagliati contro qualcuno consci della sua debolezza? Tutt’ora questo è qualcosa che, personalmente, mi provoca vergogna.

Questo modo di intendere l’altro, questo diffuso senso di maleducazione, mancanza di rispetto per qualsiasi sfera individuale, spinge con incessante vigore l’individualità di ognuno a sviluppare armi di salvataggio, di difesa. La cattiveria si combatte con un atteggiamento altrettanto o ancora più cattivo.

Questa è la sconfitta della socialità.

Questo è il fondamento di questa pseudocultura piccola che caratterizza in particolar modo Roma. Un terzo lo fa a me, io sono autorizzato a farlo a qualcun altro. C’è dunque un cattivo originario il quale ha dato vita ad una schiera infinita di cattivi. Il risultato è che oggi uno dei fondamenti morali più in voga in questo contesto è basato sul “tutti lo fanno, perché non anch’io? Son mica fesso!”.

Il degrado che circonda questa impostazione è oggi evidente. La crescente necessità di sistemazione a fronte di un progressivo impoverimento delle possibilità, capacità occupazionali, portano ad una competizione sfrenata e ad una corsa all’accaparramento della cosa. La competizione ha spodestato la collaborazione, la socialità. Ormai c’è da combattere anche per comprare un filone di pane o salire su un autobus.

Il degrado sopracitato ha portato ad una radicalizzazione del contrasto sociale, la cattiveria in forma di maleducazione, mancanza di rispetto, furbizia, regna sovrana in tutti i contesti. La purezza è ormai qualcosa di molto raro. Un sorriso complice è ormai merce sempre più occasionale.

Roma, con le sue braccia deboli, non è un posto di amici, è un posto che ai miei occhi fa risaltare curiosi fenomeni sociali, curiosi comportamenti diffusi e ormai convenzionalmente accettati.

Non voglio imbracciare le armi per difendermi da questo. Penso che continuerò a passare per uno che non sa difendersi. Fino al giorno, prossimo, in cui l’unica chiara soluzione a tutto ciò non sarà che emigrare, andare via, lontano.

Il cibo italiano mi piace un sacco, ma per il resto penso proprio di non sapere apprezzare molto di questo mio paese natale.

IPostmoderni

ps Ella Fitzgerald per non prenderci mai troppo sul serio

 

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