Aveva le pupille fuori dalle orbite. Strillava come un pazzo, cercava di divincolarsi da quella cazzo di sedia che con tentacoli di pelle lo teneva legato ad uno spazio da cui si ribellava con straordinaria veemenza.

Era stato costretto a sorbirsi la discografia di Calcutta. Un artista Italiano, per giunta più piccolo di lui. Uno che sembrava sbattersene il cazzo un po’ di tutto e che per questo sembrava ricevere acclamazione. Uno che si vestiva come quel coglione di Mac De Marco. Che suonava come un Mac De Marco, solo in salsa italica. Una cosa inaccettabile per dio.

La sua casa ridondava di vinili di tutti i colori. Traducendo in Italiano i nomi dati a quei cazzo di dischi, la magia si scioglieva. L’esterofilia si scioglieva come un ghiacciolo in agosto. Una stanza in fiamme. Sull’aereo sopra il mare. L’esterofilia si scioglieva come un colpevole davanti a domande incalzanti.

Ma ora si era ritrovato costretto ad ascoltare sto cazzo di Calcutta. Con la sua bella faccia da cazzo. Sanguinava il suo orgoglio, la sua cazzo di autostima. Tra se’ e se’, quel coglione di Mac de Marco e tutti quegli americani ganzi avevano il diritto di essere fichi. Erano troppo lontani comunque e poi son americani, il loro ruolo e’ di essere seguiti da orde di frocetti di tutto il mondo. Ma Calcutta, Calcutta no, cazzo. E’ de Latina porca troia. Ha due anni meno di me. E fa l’indie in salsa italiana. Inaccettabile.

Finalmente dopo lunghissimi minuti di scalciare e al secondo minuto pieno di Pesto, proprio sul “deficiente” si riusci’ a liberare da quelle corde che a mo’ di cintura di forza lo costringevano su quella sedia. Se ne libero’, corse verso il giradischi e gli diede un cazzo di calcio, che nemmeno Hubner ai bei vecchi tempi. Distrusse Calcutta in un secondo, lo disintegro’ in mille pezzi. E era felice come una pasqua.

Mise su un nuovo disco. Mise su Jhon Father Misty. Con la sua bella faccia ganza e il suo talento per musiche per fichi fatte senza dar l’impressione di crederci troppo. Si senti’ subito meglio e parte di un mondo migliore. Il mondo dei fichi. Il mondo dell’élite della musica.

Ne ascolto’ diversi pezzi poi passo’ a tutta una serie di dischi nuovi. C’era un nuovo rapper di Chicago che faceva musiche che gli ricordavano il suo rapper preferito, Kendrick Lamar. Si sentiva di nuovo parte di quella sua immagine che tanto lo faceva sentire fico davanti agli amici. Non capiva un cazzo di quei testi. Eppure gli piaceva e quasi canticchiava. Inizi incerti di parole inglesi che finivano in un ahahh ahahhh ahahhhahhhhahhh.

____________________________________________________________________________________________

Quella sera vide degli amici. Qualche birra e due patatine, e una partita a football manager. Mise su la sua playlist creata su spotify. 270 canzoni, non una canzone italiana. Ne andava fiero. I suoi amici lo incensavano di complimenti. Mentre le canzoni di Warpaint, Grimes e St. Vincent scorrevano lui e i suoi amici non capivano un cazzo di quel che dicevano: “oh pero’ dove cazzo l’hai trovati sti pezzi, senti che robetta”.

Era tutto cio’ che contava.

 

 

This is a turning point for the world civilization. From this point on, we are not letting any boundaries separate us no more. We decided, agreed on not putting any walls between each other anymore. All the dirt, all the most intimate, stupid ideas. They’re all out there. Not afraid to hide anymore, actually, reinforced by the approvation of the internet legion.

Politics these days is just embarassing. The political system, democracy is slowly collapsing into a form of State that is controlled and inclined to pure ignorance. Controlled by tools we can’t no longer control, who manipulate people, all of them, making them believe they’ve found their purpose in life. No one is lonely anymore. No one asks himselves why anymore.

Why can people be so mean, and vengeful? Who started that in the first instance?

Why can’t I seem to find relief? Why am I so absorbed and yet so unhappy? Why can’t I spent a minute away from my avatar? From a kind of life I wish I had but that I desperately need the others to believe it’s real?

/Is it me now the one that looks back with nostalgia? Didn’t you always hate people being like ” when  I was younger things were better?”/

Things weren’t better though. We were on the way to this. Every little era has its own addictions. We were slowly getting to this, like a program slowly loading on your computer. Things weren’t just better before. The seed hasn’t just blossomed yet.

Where does this bag of problems come from? Aren’t we supposed to be the most developed countries in the world. Those with a roof on their head, a car, and all the Entertainment. No fear of ever not having a roof or a meal to eat. That’s probably where our problems originate. From a life that offers no problems at all. Doesn’t matter what you have you’ll always miss something. You’ll always get tired of what you have too much/.

Where am I going with this? To the centre of my flower. My flower is my essence. I’m trying to make my way down there. Reconnect. I think I can hear a distinct sound. I think I see it.

I don’t wanna talk just like my father. I don’t want to be my father at all, actually. Life and my father gave me the chance to decide who I was going to be. Life has given me the chance to play my cards. Life has given me the chance to appreciate not what I have but the purpose of life. Which is higher than any material achievement one could reach. Cause all of these achievements lead to nothing. Cause these achievements lead to a kind of life you might think it belongs to you, but it might just not.

Success is a brutal word. On the altar of success what has been sacrified?

We sacrifice on a daily basis our dignity for success. A photo, or thoughts stolen from somebody else. We are admired. And successful.

 

Do you believe in people? Do you believe this world we live in has a purpose behind it?

// I don’t believe in words anymore.

 

 

 

A lungo andare e’ forse difficile vivere senza radici, senza punti di riferimento.

Piu’ facile chiudersi in una relazione duratura e affrontare la vita insieme.

Facile non fa rima con vita.

Allora qual e’ l’ottimo? Qual e’ l’equilibrio? Credo che non esista una risposta universale ed e’ forse per questo che la vita sa essere cosi’ complicata. Credo esista in ognuno un profondo modo di vedere e sentire le cose. Credo che esista, nascosto tra egoismo, testardaggine, paura, un fiore originario che racconta di noi. Quel fiore e’ la nostra essenza. C’e’ chi ha come missione quella di coglierla a pieno, c’e’ chi e’ troppo debole anche per avventurarcisi.

Quel fiore e’ pero’ li’ per starci per sempre. E si manifesta in pulsioni incessanti per alcuni, lontane per altri. C’e’ chi ha un’essenza piu’ sottile, c’e’ chi ha un’essenza ingombrante.

Ho un’essenza ingombrante. Spinge da sempre in maniera incessante. Mi ha portato in tre continenti diversi, in storie d’amore lunghe e piene di coinvolgimento, diversi lavori, interessi, passioni. Mi ha reso speciale, unico. Ma continua a rendermi vulnerabile, perche’ troppo esposto ai sentimenti.

Sono travolgenti, ingestibili. Meraviglioso quando si tratta di costruire qualcosa di bello, orrendo per gestire il proprio umore. Con gli anni sono molto migliorato. Ma sono davvero migliorato? O piuttosto, non sono e mai piu’ saro’ in grado di sentire i sentimenti come li ho sentiti un tempo? Sono logoro io o e’ semplicemente questa la risultanza di tante energie spese per i sentimenti?

Eppure se sono ancora qui a scriverne, vuol dire che ancora mi fanno provare quel senso di impotenza orribile. Forse orribile e’ buono. Forse orribile si puo’ ancora trasformare in incredibile nel giro di poche ore. Ma hai ancora energie per questo? Le hai ora?

Forse e’ una questione di momenti. Opportunita’. Prontezza.

Non c’e una ricetta per tenere quel fiore in perfetta condizione. C’e’ sempre una tensione tra la nostra essenza e la nostra realta’. C’e’ una ricetta? E’ l’altro la vera ricetta?

 

 

 

 

Sono passati gli anni e con loro momenti meravigliosi e altri bui. Si sono alternati tra di loro, nella più classica altalena della vita.

C’è un momento ogni giorno della mia vita, soprattutto quella di questi ultimi giorni e mesi, in cui penso a quel che vorrei fare, a quel per cui credo di essere stato settato e messo a questo mondo. E’ un momento così frustrante che ho deciso voglio mettere uno specchio di fronte alla postazione della mia scrivania per “rientrare in me” ogni qual volta prendo il là con il pensiero.

La frustrazione deriva dal sentire dentro di sé stesso le potenzialità per realizzare grandi cose nel futuro e la mancanza di forza per intraprendere un percorso per realizzarle. La mia battaglia consiste in diventare costante e raggiungere quelle vette a cui credo di dover ambire come dovere.

Dunque, l’odio verso me stesso deriva dal sapere esattamente cosa dovrei fare per essere felice ma non aver la forza, la determinazione per farlo. Com’è possibile? Ci sono delle forze dentro di me che vanno a correnti alternate. Ci sono forze devastanti che hanno bisogno di alcuni lasciapassare per esplodere. La fase d’avvio è quella più dolorosa e pericolosa.

Quando tutto si mette in moto le forze devastanti, ambiziose che sento di possedere prendono il sopravvento e mi mettono finalmente in posizione di essere all’altezza delle mie aspettative.

Ma c’è un discorso in più da affrontare. Non sono bravo a strutturare i miei tempi. E al tempo stesso sono anche uno che ritiene il tempo e l'”ora” di fondamentale importanza. Ho una paura matta di non fare quanto vorrei fare, di non vedere quanto vorrei vedere, di non sperimentare quanto vorrei sperimentare.

Amo il mio modo di essere ma l’odio al tempo stesso. Odio la mia incostanza. Amo la mia curiosità, odio la mia mancanza di interesse continuo, fino a diventare in gamba in specifici ambiti d’interessi. Ho paura di essere un contenitore scintillante di interessi che si rivelano vuoti quando si fa il passo in più scoperchiadolo.

Dopo tanti anni di intensa riflessione sono arrivato a capirmi, a sentirmi ma non ad agire automaticamente per soddisfarmi. Questa è la frustrazione più grande.

Nel mio ultimo anno e mezzo sono stato in Thailandia. Ho passato quasi una settimana in un monastero buddhista bellissimo a fare meditazione vipassana. La lezione più meravigliosa che ho imparato è quella dello sdoganamento del mindfulness. Mindfulness vuol dire consapevolezza, coscienza di quel che si sente. Coscienza di essere parte di un corpo pensante. Sentire il contatto del piede con il suolo, sentire la propria mente, svuotarla e guardarla dal di fuori. Imparare ad essere consapevoli della propria presenza aiuterebbe moltissimo a risolvere il problema della discrepanza tra desiderio e azione.

Scrivere in questo senso aiuta.

Desidero il controllo e riempire il solco tra aspettative e azioni reali. Ci sono azioni da intraprendere gradualmente per riuscirvi. Mi specchierò ogni giorno, mi vedrò soccombere sotto i miei stessi obiettivi o sorridere se imboccherò la strada giusta. Il giorno più bello sarà quando quello specchio resterà inviolato, un oggetto di decoro che non ha più il compito di riflettere l’anima di persone che odiano parti di se stesse cercando un risveglio.

 

 

E che non saprai mai. Sei un piccolo, piccolissimo puntino buio e senza rilevanza alcuna. Nell’universo, nello spazio, nel tempo, tu sei un’entità invisibile anche al microscopio della storia. Sei circondato da un numero di persone che, comparato all’umanità tutta del passato e del presente, risulta ancora una volta nulla.

I tuoi problemi, le tue questioni mentali, le tue paure e insicurezze sono materie di cui la storia ignora completamente. Sei un nulla in un universo di incertezze, di filosofia. Ciò che dici si perde come una foglia ingiallita in un fiume in piena che si riversa in un oceano. Ogni volta che ti senti migliore, ogni volta che apri gli occhi e giudichi qualcuno, ogni volta che lasci il cervello correre libero senza contegno, senza riflessione, senza esplorazione, ogni volta che ti riempi l’occhi di odio: ogni volta provi a te stesso, una volta ancora, la tua irrilevanza nel mondo.

Ogni volta che ti appoggi con tutto il peso della tua dignità sulle tue idee, ogni volta che scappi di fronte alle tue responsabilità, che rubi. Ogni volta che dai le cose per scontate. Ogni volta che dai una persona per scontata. Ogni volta, ti dai la prova del fatto che tu sia il nulla più assoluto.

Non sono nessuno. Quando apro quegli occhi maligni e un’immagine mi cattura, automatico è l’istinto del giudizio. E in tutti gli altri uomini, il primo istinto è il giudizio. Perché arriva il giudizio ancor prima di reprimerlo? Il giudizio è un’esigenza, istinto primordiale. Nulla cancella l’onta del primo giudizio. Nulla cancella la vergogna. Non bisogna vergognarsi di quel giudizio ma studiarlo. Sono piccolo, sono un piccolissimo corpuscolo insignificante nell’universo, non conto nulla. Quel giudizio fa parte di me. Qualifica me come uomo, ma ancor prima come essere umano. Sfugge alla ragione, come un lampo ti rivela la natura schifosa e meschina, in quel fulmine di tempo in cui lasci che agisca indisturbato. Da cosa deriva, ancora?

Chi ti ha insegnato? E’ un impulso della società. E’ una cosa avvilente eppure sentore di una natura estremamente affascinante. Due forze di stessa entità si fronteggiano con la forza di oceani in piena. L’una non ha mai la forza di affossare l’altra. Perché analizzo quell’onda d’urto incosciente. La cattiveria insita in ognuno di noi, la gelosia, la malattia, la mancanza di sensibilità, la pochezza, il buonismo, l’istinto animale. Il mondo è popolato da belve che ti mangerebbero l’anima se potessero. Ti squarcerebbero quei gradi guadagnati sul campo perché incapaci di accettare che tranne la morte e la sfortuna pura, nulla accade per caso, tutto si finalizza per una ragione. Ciò che pensi, il lavoro che hai, il tuo partner, le tue amicizie, il tuo percorso, l’autostima e quella degli altri. Gli impulsi cattivi e infiniti, celati dietro ad un buonismo che funge da tregua sociale, ci rendono giudici infallibili e tristi nel nostro subconscio.

Non siamo migliori di nessuno. Non siamo i migliori, mai, in qualcosa. Saremo, rispetto alle dimensioni del tempo e della storia, sempre piccoli corpuscoli che si muovono in moti impazziti e indecifrabili creando nient’altro che polvere, polvere.

Possiamo essere migliori però. Possiamo impegnarci e diventare bravi in qualcosa. Possiamo lavorare su noi stessi e, in un percorso quotidiano, analizzarci, parlarci, spronarci, aprirci. Possiamo e dobbiamo cercare di essere migliori ogni giorno senza ipocrisia o mentirsi. Scavare le nostre debolezze, prendere coscienza della nostra infinita ignoranza, cercare verità. Mostrarsi al di sopra è un gesto folle, da incoscienti, da umani, appunto. Siamo piccoli. Se domani morissimo il mondo, la storia, le stelle, gli universi paralleli, le anime nascoste in corpi lontani miliardi di anni luce, la Verità continuerebbero ad espletare le loro funzioni o non-funzioni.

Una cosa abbiamo ed è l’anima, il cervello. Una cosa abbiamo. Tutti giudichiamo. Tutti siamo sotto quel riflettore ogni giorno. Tutti abbiamo giornate di merda in cui odiamo tutti. Tutti proviamo compassione per altri, per te. Tutti disprezziamo a prima vista. Tutti vomitiamo odio. Hai una cosa, una cosa sola. Rifuggire, crearti la tua strada, ascoltare tutti, ascoltarti, non giudicare ma apprendere, da tutti. Hai qualcosa da imparare ogni giorno, qualcosa da ascoltare senza aprire gli occhi. Hai da accompagnare le parole alle azioni. Siamo il nulla. Siamo l’unico noi presente nell’universo. Siamo la nostra occasione di capire, di vivere davvero. Siamo la possibilità di scegliere l’altra via, siamo la possibilità di essere un nessuno pensante.

 

 

Mattinate calde a Bangkok.

Rintanato in un appartamento moderno, finestroni dividono l’aria condizionata dalla cappa insistente di afa tropicale.

Mattinate simili a Bangkok, la vita si è fermata.

Molto tempo per pensare a nuovi passi futuri, molto tempo a scorticarsi l’anima di numerosi questioni.

Lo sviluppo sconsiderato e volgare fa a pugni con una società semplice: i grattacieli si stagliano accanto ad appartamenti fatiscenti, dalle facciate nere di vergogna. I centri commerciali inaugurano un mondo che non c’è, dove la funzione e l’illusione di esserci è più importante della bellezza dell’essere.

Gli autobus colorati e antichi sfrecciano sotto sopraelevate mostruose, pronte ad inghiottire il cielo: ospitano treni moderni, che sfrecciano tra stazioni ultramoderne. Il cibo complesso e addobbato di bandierine, ghirigori e paillettes contro il cibo di taniche gigantesche contenenti sapori forti di zuppe, o banconi di pollo fritto, o banane e ananas e cocomeri.

Questa mattina suonano i Tame Impala ed io mi ritrovo qui, a programmare il mio futuro, preso dalle distrazioni dei nostri tempi, preso dalla distrazione innata del mio animo.

Questa mattina suonano i Tame Impala e riordinano le mie idee.

La creatività, quella, mi salverà, quella, mi lancerà in orbite lontane, dove luci soffuse e altre potenti mi avvolgeranno e annienteranno. Galassie che si espandono e comete e asteroidi ed io sarò libero di volteggiare, nella creativtà, io creerò qualcosa di bello, qualcosa di mio e troverò lo spazio senza accesso esterno della mia vita.

Un corpicino lento, un cuore piccolo, in espansione.

Piccoli gesti fragili.

Lo sguardo intenso. Vivo.

Il sorriso. Il sorriso spontaneo, amico, così grande.

Gesti goffi e romantici di un’età che fiorisce d’amore.

Sorrisi.

Gridarelli.

Amore.

Mi son svegliato così, con una gran voglia d’amare qualcosa di molto più grande di me.

Di Charles Bukowski

if it doesn’t come bursting out of you
in spite of everything,
don’t do it.
unless it comes unasked out of your
heart and your mind and your mouth
and your gut,
don’t do it.
if you have to sit for hours
staring at your computer screen
or hunched over your
typewriter
searching for words,
don’t do it.
if you’re doing it for money or
fame,
don’t do it.
if you’re doing it because you want
women in your bed,
don’t do it.
if you have to sit there and
rewrite it again and again,
don’t do it.
if it’s hard work just thinking about doing it,
don’t do it.
if you’re trying to write like somebody
else,
forget about it.
if you have to wait for it to roar out of
you,
then wait patiently.
if it never does roar out of you,
do something else.

if you first have to read it to your wife
or your girlfriend or your boyfriend
or your parents or to anybody at all,
you’re not ready.

don’t be like so many writers,
don’t be like so many thousands of
people who call themselves writers,
don’t be dull and boring and
pretentious, don’t be consumed with self-
love.
the libraries of the world have
yawned themselves to
sleep
over your kind.
don’t add to that.
don’t do it.
unless it comes out of
your soul like a rocket,
unless being still would
drive you to madness or
suicide or murder,
don’t do it.
unless the sun inside you is
burning your gut,
don’t do it.

when it is truly time,
and if you have been chosen,
it will do it by
itself and it will keep on doing it
until you die or it dies in you.

there is no other way.

and there never was.

Perché credo ci passiamo in molti e sono convinto che agire con coraggio in amore sia un atto più forte dell’amore stesso:

Un tempo sentivo dentro il mio cuore ardere un fuoco che credevo non si sarebbe mai spento.

Perché la fiamma ardeva?

Perché sapevi sorridere di una spontaneità e bellezza mai vista prima, perché eri bella come nemmeno avrei mai potuto chiedere, perché eri spiritosa e piena di vita. Eri un po’ intoccabile, un po’ inarrivabile chiusa in quella sfera illuminata, sfavillante.
Per me eri un sogno che facevo fatica a realizzare. Ad oggi sei ancora la cosa più bella che mi sia mai capitata.
Non potrò mai dimenticare quanto forte e raro ardeva il mio amore per te, quanto io sia stato pazzo si te. Quanto mi faceva sentire male il non poterti stare vicino, come mi logorava il cuore.
Mi sentivo la persona più sfortunata del mondo.
Amare così tanto una persona e non poterla stringere ogni giorno. Amare così tanto e avere il cuore sempre in subbuglio migliaia di chilometri lontano. Saperti insieme ad altre persone mi faceva sentire in eterno, costante pericolo.
Aspettavo sempre che da un momento all’altro tu mi lasciassi e mi dicessi che non ero abbastanza per te.
Ho sempre avuto paura di non essere abbastanza per te.
Ho sempre stentato a credere che tutto quello fosse vero, che stesse accadendo.
Mai nella mia vita credo che avrò di nuovo la leggerezza e il trasporto per innamorarmi come mi sono innamorato di te.
Era questa la mia immagine di te. L’immagine di un essere sopra tutto ciò che di più importante c’era nella mia vita. Scriverti quanto fossi bella e irreale per me era qualcosa di naturale.
Ci sono stati molti momenti in cui il mio cuore ti ha fatto sentire come quella principessa di cui parli. Ci sono state tante volte in cui il mio cuore ti ha volto sguardi così pesanti da sostenere che tu hai arrossito e hai sentito, so che hai sentito, tutta la forza del mio amore.
Oggi pensavo proprio a questo. Pensavo che da quando la nostra esperienza di convivenza è cominciata troppe sono le cose meravigliose che abbiamo perso di questo rapporto.  Forse paghiamo un percorso troppo irregolare, forse paghiamo il fatto di non esserci davvero conosciuti prima di condividere la stessa stanza.
Non so cosa sia esattamente.
So solo che c’era un tempo in cui tu eri una creatura sopra tutte le parti, sopra ogni cosa.
So solo che passo dopo passo invece che impreziosire la mia vita questa storia l’ha resa come intrappolata.
Ed era qualcosa che non mi aspettavo minimamente. Non me lo sarei mai aspettato.
Ci siamo logorati col tempo, fatti del male, abbiamo cominciato a non comprenderci più. E tutta quella bellezza? A poco a poco l’abbiamo sprecata. L’abbiamo fatta sbiadire, andare via. Eppure sento che, incredibilmente, sia ancora lì.
Ci sono volte in cui ti basta un sorriso per rivedere la vera te.
A me quella persona mi ha rubato un pezzo di cuore che sarà sempre suo. E’ così, dovessi giurarlo su ciò che mi è più caro.
A me quella presenza manca come l’aria, manca come l’ossigeno, come l’ispirazione, come l’anima.
Abbiamo perso un po’ dell’anima di questo essere io&te.
Dov’è l’anima di noi due? Credevo che fosse nell’amore, che risiedesse nell’amore.
Ma l’amore è diventato arido, duro e difficile da vedere.
Cosa è cambiato?
Che non siamo riusciti a capire che solo con la naturalezza si può amare. Solo cercando di non stravolgere l’altro. Solo con la volontà di capire, conoscere e risolvere le cose insieme.
L’incomprensione è risolvibile col gioco di squadra.
Ma a questo punto ci siamo arrivati insieme. Chiuderci il mondo dietro non servirà a renderci più forti, casomai più deboli. Io ho piacere a stare con persone diverse e amo vederti sorridere con loro. Io adoro stare con te e vivere la mia vita al tempo stesso, nello stesso tavolo, nello stesso spazio, serata, tempo.
Vorrei che l’amore tornasse ad essere naturale e sincero come un tempo.
Un tempo che era fatto di sorrisi e di ti amerò per sempre.
Era un tempo infinito, momenti che io avrei fermato per sempre.
Per sempre avrei voluto perdermi negli occhi tuoi.
Oggi ti vedo, ti sento e mi sembri così arida che mi piange il cuore.
Io non capisco cosa sia successo a noi ma soprattutto a te.
Perché non fai fuoriuscire quel male verso il mondo e non permetti al tuo cuore di scoprirlo insieme a me?
Sei gelosa di cosa? Stai solo sprecando la tua vita con la tua gelosia, e consumando un amore che ancora arde nel cuore.
Sono un amante della vita e sono un amante dell’amore mi conosci. Vorrei solo poter esser me stesso e amarti con tutto me stesso, ancora e ancora e ancora.
[…]
Non ha importanza, il chi, il quando o il perché. Ciò che importava davvero per me era capire ed essere in grado di agire, di conseguenza. Provando a dare ogni singola parte di me, fino all’ultimo triste sospiro annunciatore di una nuova storia d’amore affossata dalle incomprensioni.
L’amore si rigenera quando il tessuto emotivo presente dentro di noi si rigenera. Anni di storie alimentate da paure, ricatti e incomprensioni rendono il cuore arido, inagibile verso le manifestazioni d’amore.
Ripartire ci distrugge ma matura anticorpi. Ci rigenera. E ci restituisce alla vita, quella vera.
IPostmoderni.

Insidie e trabocchetti.

Viaggiare è splendido, questa non è una novità. Viaggiare non è solo svago però, o cartoline o cocktail in spiaggia fumando sigarette.

E’ programmazione, intensa programmazione. Soprattutto se si decide di buttarsi a capofitto in una nuova avventura in un paese completamente diverso, lontano, dai nomi, climi e abitudini esotiche.

Sono nella capitale della Cambogia, Phnom Phen.

Phnom Penh è una metropoli di circa 2 milioni di abitanti con un aeroporto non più grande di un supermercato Coop. Quando arrivi dall’alto in città osservi fiumi marroni, sterminate campagne, acquitrini ovunque, tuc tuc, motorini e biciclette che danzano sfrenatamente nel caldo palcoscenico del traffico locale, senza seguire alcun codice regolamentare.

Oggi, comunque, ho voglia di raccontare un piccolo aneddoto che vuol essere fortemente pratico e d’aiuto per qualsiasi persona sia intenzionata a recarsi in Cambogia in futuro.

Per la seconda volta ho avuto a che fare con un’esperienza di banconote semifalse o presunte false.

La prima volta è successo in un supermercato, in cui mi è stata data una banconota da 5 dollari americani (USD) di resto (in Cambogia si usa un sistema basato sulla doppia valuta: visto il bassissimo valore della valuta locale, il Riel, si fa uso praticamente per ogni operazione del USD adoperando il Riel per resti inferiori ad 1 USD, partendo il più delle volte da un valore di 4000 Riel per 1 USD), per un acquisto il quale aspetto mi è sembrato all’istante falso. Ho insistito con la cassiera sostenendo che fosse falso e ho ottenuto in cambio una diversa banconota da 5 USD.

Ho pensato di essermela cavata.

Mercado-central-Phnom-Penh

Oggi però mi reco a prelevare ad uno sportello bancomat della ANZ ROYAL BANK. Lo sportello non è affiancato ad una filiale della banca ma si erge solitario al fianco di un ristorante in una zona ad alta frequentazione occidentale, in quanto dominata da un imperioso centro commerciale da 5 piani.

All’atto di inserire la carta e svolgere le varie operazioni di prelievo lo schermo mi indica che non c’è possibilità di emettere scontrino. Senza pensarci molto continuo l’operazione e seleziono il prelievo di 250 USD. La banca mi informa della commissione per il prelievo: 5 USD, un’enormità in un paese dove un pacco di Marlboro da 20 costa 1.10 USD.

Ad ogni modo procedo con l’operazione e ritiro i soldi. Con mio grande disappunto ricevo 3 banconote da 50 USD e 1 da 100 USD che ai miei occhi risultano totalmente finte.

Sono in preda a rabbia. Non ho una ricevuta né una filiale di banca nei confronti della quale protestare.

Proprio all’altro lato della strada c’è un ufficio cambia-valute. Noto con sospetto un uomo sui quaranta anni, probabilmente cinese, avvicinarsi a me proprio mentre mi affaccio al bancone del cambia-valute. Lo stesso uomo mi aveva appena proceduto allo sportello bancomat prima che prelevassi.

Porgo le banconote al funzionario dell’ufficio, il quale mi assicura che sia il taglio da 50 che quello da 100 USD delle banconote sono veri. Scruto il suo volto con attenzione e perplessità, dopo di ché mi allontano e lo vedo scherzare e parlottare con lo stesso uomo cinese avvistato in precedenza. Mi sento in trappola, mi sento fregato.

Decido così di entrare nel centro commerciale e affidarmi ad una filiale della banca Canadia, che ho già visto numerose volte in giro per la città e che senz’altro mostra molta più affidabilità. Scoprirò poi su internet che i dipendenti della Canadia sono addestrati direttamente dagli americani a riconoscere le banconote false.

La dipendente mi assicura che le banconote sono valide. Tiro un sospiro di sollievo.

Per certezza mi reco anche ad un negozio di tecnologia e chiedo al commesso un suo parere. Anch’egli mi assicura della veridicità delle banconote.

Una volta ottenute 2 conferme fidate mi reco al supermercato dove acquisto con un biglietto da 100 USD una bottiglia di acqua da 50 centesimi. La commessa dopo varie manovre di accertamento della validità della banconota mi dà il cambio con banconote che questa volta hanno tutta l’aria di essere vere.

Credo dunque che non sono stato frodato.

Per sicurezza però vi inviterei a non prelevare soldi a sportelli bancomat che non vi sembrano molto familiari, di controllare sempre le banconote che ricevete come resto o da prelievo, specialmente di grandi tagli. Ho letto che ci sono diverse banconote finte (non tantissime in verità) in circolazione perciò fare attenzione ed essere scrupolosi mi sembra sempre una buona idea. Ovviamente essere scrupolosi è diverso dall’essere paranoici.

Tuttavia quando si tratta di paesi molto poveri, dove la maggior parte della popolazione vive con stipendi tra gli 80 e i 100 USD mensili (massimo 80 Euro dunque) non si può essere troppo rilassati e bisogna semplicemente seguire basilari regole di sicurezza e condotta.

Per il resto, il paese è irradiato dal sorriso diffuso e stupendo dei suoi concittadini. L’ospitalità sa essere meravigliosa e i costi davvero irrisori. Il mondo qui è indietro rispetto alla nostra idea di sviluppo ma si vede davvero tanta genuinità e voglia di vivere.

Del resto il regime dei Khmer Rossi di Pol Pot ha profondamente marchiato a sangue la storia recente dei cambogiani.

Pace e prosperità dunque a questo popolo. Che possa vivere in pace.

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