Questo video per capire la genesi e il post stesso:

http://video.corriere.it/videoinchieste/2012/parma-cinque-stelle/

 

La rivoluzione è avvenuta, la RIVOLUZIONE ha assunto sembianze, colori e sorrisi e ha portato alla più straordinaria, pacifica storia di cambiamento politico che abbia mai avuto modo di osservare nella mia vita.

La rivoluzione è caduta su di Parma con la forza del sorriso e ha spintonato con maniere gentili storie di decenni di abusi e arroganza.

La rivoluzione si è impossessata del cambiamento, spedendo al mittente la ridicolaggine di questa politica alle cui fazioni e colori tanto siamo affezionati.

La rivoluzione ha preso per braccio la gerontocrazia, l’ha presa a sberle, ha spazzato via gli strati di polvere accumulatisi sui libri degli ideali e della semplicità.

La rivoluzione ha colpito laddove l’humus era fertile, effervescente, l’offensiva pronta a scatenarsi quando solo qualcuno avesse costituito una vera possibilità.

La rivoluzione ha portato strette di mano e sorrisi amici e il finale, straordinario, compimento della democrazia laddove ad essere eletti sono state persone che non faticheresti a vedere in una manifestazione o ad un concerto con la loro pinta di birra, tra amici, a chiacchierare, divertirsi, amare e vivere.

La rivoluzione è racchiusa in quel pianto di uno dei collaboratori del movimento felice e stremato, fiero e incredulo. Piangere perché si è realizzata un’utopia.

Perché è il messaggio che rende tutto questo fenomeno qualcosa di splendente, luccicante.

È il messaggio di un nuovo sistema che spezza e sovrasta l’obsoleto.

Piangere perché si può servire la comunità pubblica.

Come fosse un anno zero.

La democrazia è il trionfo della passione politica. Non degli interessi, men che meno dei soldi. La passione politica porta a esporsi per servire il prossimo.

Onore, ardente desiderio di dare se stessi per gli altri.

La passione politica è il sale della democrazia, è la linfa vitale, è la componente imprescindibile dell’idea che sta alla base della democrazia.

Una moglie felice ed emozionata, il sostegno finalmente scevro e libero da ogni preconcetto dei concittadini.

È forse poco?

La rivoluzione incruenta, del popolo, la rivoluzione democratica ha vinto.

Sembra irreale, fantascienza, sembra fiction, sembra una di quelle storie gloriose che sanno emozionare solo in certi film.

È una storia vera invece ed è la speranza più bella che ad oggi possa covare.

Non ce la faccio più. Leggo, esco, rientro, guardo, osservo, dico, faccio. C’è sempre un nuovo fenomeno, che, attentamente osservato da tutti i mezzi di informazione, si impone all’attenzione di tutti. Ogni giorno è un nuovo social, social network, SOCIALBOOM!

Indiavolatissimi studenti che sentono sulle spalle e alle spalle la crisi (ma quale delle tante?) si attaccano alla bramosa esperienza di Facebook, tramite cui un brufoloso nerd di Harvard, arrivista e postmoderno al punto finale, è riuscito a cavare dall’algoritmo Facebook una miniera di miliardi di miliardi di miliardi di dollari. Poi Twitter, poi Foursquare, Flickr, Badoo e poi ogni giorno storie su storie, kilometri e kilometri di storie, nuove storie, sempre storie, di social network, di start-up per un mondo non tendente al social, un mondo totalmente social con qualche sporadica esperienza reale. Gli studenti si chiudono nel social, il social è ormai stato creato per ogni piccola, minima, minuziosissima esigenza, il social è diventato anche glocal, social a proiezione locale, social-glocal, tesi e antitesi, ormai si sposa con ogni cosa, è il decennio del social, l’era del social, del 2.0, si dovrà fare un passo indietro, sempre più persone vorranno resistere ma si sentiranno tagliate fuori dalla maggioranza che opprime e che solitudine scava in solchi profondi.

Stamane leggo di altri, nuovi social, un social per ritrovare gli amici e le connessioni in città diverse, un social che sembra scaturire da Facebook e un altro social simile, italiano, per gli universitari che incoraggia il random incontro sul web con gente con la quale non avremmo mai avuto niente da spartire o forse si?

Non è questo il punto, l’overdose da social e l’impianto di un sistema che, per cause naturali e difficili da contestare, si allarga, mette radici nel contesto, lo pittura, lo rimodella, nuovi paradigmi di realtà, modelli. Ottiche e noi smarriti al di sopra della nostra piccola bandierina che sventoliamo in mezzo a milioni di altri vessilli ci sentiamo comunque unici, forti e impetuosi.

Cos’è questa orgia indesiderata se non un massiccio e violento tentativo di sedare, annullare, violentare la naturale solitudine, il naturale concatenamento di aggettivi, caratteristiche, peculiarità? Cos’è questo sbraitare univoco, questo chiacchiericcio infinito e a colpi di ego che si staglia nelle milioni di piattaforme social? Prendi il mio social bicchiere e riempilo di social coca cola e poi ascolta il mio social pensiero fumandoci una social sigaretta.

Capisci?

Capisci?

Ma che cazzo. La novità si stempera e crea imitazione e imitazione spinge fino all’estremo limite una socializzazione che comincia a stancare, asfaltare bituminoso delle personalità. Diamine!

Le spinte sono imperiose e inverosimili, reality show virtuali, decido chi accettare nelle mie cerchie chi no, rendo tutto evidente, leggibile, tracciabile in un mondo in cui solo i soldi non sono tracciabili tutto il resto lo è, come se tutto il resto non valesse nulla e anzi va esibito. I soldi no, quelli secretati, inaccessibili, miei e tuoi.

La spinta soffoca le menti, la spinta soffoca l’ego delle persone, la spinta propulsiva continua a spingere ma è troppo, la social pazienza comincia a rompersi i coglioni ogni giorno di leggere social spinte a socializzare, ma che cazzo ci sarà mai da socializzare, la logica del concatenarsi è violentata e distrutta, ci si concatena (ci si “trova”) forzatamente, non per condividere ma per mostrarsi.

Sono cresciuto con la convinzione che gli amici, quelli veri, che si concatenano con il tuo essere, si contano sul palmo della mano. Il socializzare fine a sé stesso è un’astrazione di tutto ciò, un convincimento, assuefazione che porta a considerare i contatti come vitali, a non farcela avere con il mondo ma omologarci a questo. Condivido foto aforismi fiori e passioni.

E noi invece dove cazzo siamo andati a finire?

 

Stella, svegliati.

Dolce è la notte e il vento spira.

Indomito, iroso, invia segni potenti di devastante avvenire.

Caducità delle cose tutte, che si macchiano di sprecata gravità.

Dolce è la notte e il vento spira.

Come un padre, accarezza con dolcezza i boccoli dorati di un coacervo di pensieri piangenti, di vita.

Intramontabile è la passione, confine un vocabolo senza significato.

Né tempo o spazio o quantità o perché.

Nient’altro che amore, infinitamente.

S.

 

 

ps: mi sono cullato su questo torrente di acqua dolce..

 

E di fatto è proprio complicato delle volte confinarsi dentro certi spazi, darsi un termine, un orario, un blocco etico.

Di fatto ci vuole molto poco a contornarsi di confini mentali e del resto è ciò che più, forse, ci condiziona. Non dico, non faccio, non salto, non ballo, non sputo, non amo, non bacio, non canto, non parlo, non rido, non sono perché c’è un qualche limite mentale.

Adoro l’effetto dell’alcol perché sdogana te stesso.

No, non penso assolutamente che sia una cosa triste. L’alcol in sé è il killer di tanti limiti che tradizione, natura dell’essere umano e sua evoluzione, equilibrio sociale e chissà cosa ancora, impongono.

In questo senso osservo come la droga sia stata spesso fonte d’ispirazione di grandi artisti. In questo senso osservo che l’arte è l’esaltazione, è il rendere eterno ciò che una droga rende passeggero: la naturalezza dell’essere, la necessità di essere la natura di se stessi.

Quello che mi balena per la testa è che l’arte sia, oltre che tantissime cose, oltre che qualcosa che di certo non sarò io a definire, anche perché, penso, indefinibile, la capacità anzi la necessità da parte dell’essere umano di fuoriuscire le costrizioni, le forzature innaturali dell’animo umano sacrificate all’altare della coesione sociale e la convivenza feconda della società, la capacità di mostrare ai mondi sé stessi, il più profondo “profondo” di se stessi, l’arte che in ognuno di noi stagna è la consapevolezza dell’importanza di cose alle quali chi ci circonda sembra non dare importanza affatto.

Il desiderio di mostrare ciò che amiamo e che ameremmo fare, dire e che non sappiamo. L’artista è molto spesso un uomo che appare buffo e eccentrico. Un uomo che si confina nel suo mondo e che è in preda ad effetti speciali spassosissimi.

L’artista è un “pazzo”[1], uno che fuoriesce, fortemente vuole fuoriuscire da certi steccati. Uno che mette da parte spezzoni di coscienza preconfezionati.

Già che ci penso, non è per forza arte quella che deve saper creare, quanto uno stato mentale.

Penso a questo da un po’ di tempo e sono convinto di questo. Se io mi ritengo un artista? In questo penso di essere sulla strada giusta. Voglio essere sulla strada giusta.

Parlavo dell’alcol come sdoganatore di se stessi. L’alcol è in effetti ciò che più di immediato c’è, una bellissima illusione. Essere così diversi nel giro di così poco tempo mi sembra sempre qualcosa di speciale.

Sa esserci dell’arte anche nel bere. Un conto è bere per molestare o rimorchiare, un conto è bere in una misurazione con se stessi, in un confronto con un’essenza di noi addormentata di solito che sà essere aggressiva e di reazione, come estremamente romantica e passionale.

Un conto è bere per sedersi sul divano di se stessi e osservarsi allo specchio parlare, pensare, osservare. È una cosa strana che mi succede quando sono un po’ fuori di me. Sono io ma sento un distacco tra l’io che osserva e l’io che agisce.

Il post non ha l’intento di abilitazione dell’alcol.

Il post è una mia convinzione. Una mia riflessione, come le precedenti. Può essere un male bere? Certamente lo è, specialmente per lo squilibrio psicofisico che può derivarne.  Ma limitarsi a questo sarebbe stupido nonché insensato. Di fronte a tanto movimento, a tanto roteare, osservarsi, agire e manifestarsi, in un modo talvolta così disperato perché solitamente stremati dai confini di cui sopra, penso sia il caso di porre riflessioni e aprirci di fronte al tema maestro, già trattato in alcuni appassionati post precedenti: siamo noi, davvero noi stessi a vivere o la proiezione civilizzata di noi stessi? Riconciliarsi con certe “droghe” è o non è un modo di capire come questo confine morale che la società appone intorno a noi deve essere intimamente, personalmente contrastato per ritrovare una consapevolezza propria? Può essere considerata l’arte come il movimento consapevole di noi stessi di essere finalmente noi stessi?

IPostmoderni.


[1] Secondo loro/noi

Sai porgere il tuo viso su quel finestrino e osservare ammirata la bellezza di quei pendii, il capriolo che saltellante improvvisa la sua sfilata d’onore su una strada dissestata e impervia tra mille curve, colline, tradizioni.

Sai godere quell’atmosfera di cristallo, una piccola scossa all’emisfero in cui sei capitato, nuvole immergono la tua macchina in una piccola, tascabile parte di mondo. Ciclisti e motociclisti stretti in un patto di ferro di pacifico godimento delle bellezze varie della natura.

Sai prendere la macchina fotografica e scattare una foto a quell’infinito di lande, la bellezza del paese natio, una sensazione patriottica molto più forte di qualsiasi empatico inno. Sai salire e scendere con l’umore insieme alla pendenza dei colli, sai individuar nei cartelli stradali di paesini sparsissimi e radissimi direzioni frastornate, incasinate, bugiarde e a tratti snervanti.

Sai assaporare la mèta, anche quando le nuvole si fanno minacciose e turbato nell’animo è il Grande Padrone dei Cieli, il cuore nero e tetro e burrascoso. Sai assaporare inferno e paradiso, eco antico e moderno, in un contesto che non vuole cambiare.

Sai pescare in strade e stradini e viste e violini e campagne e ponticelli, piccoli e grandi, rossi e neri.

Sai entrare nel cuore di quelle terre, sai apprezzarle, sai inficiare piacere e bellezza nel cuore.

Ti fai prendere da frenesia e voglia di fare, traguardi vicini e lontani.

Un viaggio, è ciò che serve a cadenze periodiche per riprendere in mano te stesso e il mondo in cui vivi.

Nota: Urbino-San Marino

Qualche giorno fa, scendendo le scale della metro ho avuto un’illuminazione. Avevo una scelta: scendere prendendo le scale mobili o scendere usando le scale regolari.

Ho osservato che la maggioranza delle persone si accalcava verso i stretti varchi delle scale mobili mentre erano molto pochi coloro che decidevano di scendere le scale a piedi.

Ho pensato che questa normalissima e quotidiana scena rappresentasse in modo molto reale, aderente alla realtà, il percorso che oggi ognuno di noi effettua per arrivare ad un’idea.

Ho scritto un post qualche tempo fa che, tra salti mortali (logici) e molto fervore, cercava di comunicare, in poche parole, come il percorso moderno per arrivare all’idea (un’idea, le idee sulla vita, sugli aspetti di essa, sulle questioni che regolano i nostri comportamenti, la nostra morale) fosse  molto spesso incanalato da quella che può essere definita opinione pubblica.

L’opinione pubblica predominante, come già nell’800 un pensatore come Tocqueville osservava, costituisce oggi una sorta di dispotismo leggero sulle idee. Essa si compone di schemi di pensiero e posizioni universalmente condivise, essa appone dei limiti in determinate materie che il solo ragionare oltre di esse può costare oltre che l’incomprensione, l’emarginazione.

Non penso di svelare un segreto dicendo che una caratteristica negativa della democrazia odierna sia che moltissime persone alla fatica (bellissima fatica) di pensare ed arrivare con un proprio percorso ad un’idea preferiscano aderire ad una che sia già presente nella società (conformismo?).

Ecco, è in questa premessa che ho riconosciuto una metafora lampante in un saliscendi di una metropolitana.

All’improvviso mi è apparso chiaro come coloro che scendevano comodamente trasportati da quel macchinario, autentico simbolo postmoderno, posto lì a gridare “Siamo un popolo così evoluto che ormai non dobbiamo nemmeno più fare la fatica di camminare”, erano coloro che , se fossero state nel mondo delle idee si sarebbero servite di quello stesso macchinario astruso, impersonale per arrivare ad un’idea.

La differenza tra chi scende le scale con le proprie gambe e chi sceglie il trasporto automatico non è percepibile quando entrambi sono arrivati in fondo alle scale.

La differenza è celata dietro un’apparenza difficile da scandagliare. Ma chi quelle scale le ha percorse da solo, in qualche modo, è una persona che ha conquistato con le proprie gambe il fondo delle stesse.

Si può dire la stessa cosa, essere d’accordo sulla stessa cosa, ma un conto è che a quell’idea ci si sia arrivati da soli, con un percorso di comprensione, osservazione, incognite; un conto è arrivarci con una scala mobile che abbia sacrificato, all’altare della comodità, la propensione a pensare, a capire, a valutare il corpo di quell’idea.

In quelle scale mobili ci ho visto questo:  la società moderna in cui si vive custodisce il gran difetto di poter condurre le persone che la compongono dove essa vuole. C’è una quantità di modalità incredibile con i quali le nostre menti possono essere veicolate entro determinati margini di pensiero senza che ci si possa rendere conto.

Ma lo sforzo che ogni individuo fa per arrivare da solo ad una sua idea, investendoci tempo e dedizione, penso sia il più grande segreto della libertà, l’unico modo per godere della stessa pienamente, l’unico modo per esaltarla e prenderne le chiavi in mano.

Mentre tutto questo inferno mi si scatenava in mente avevo appena posato il mio piede sulla scala mobile.

Ho pensato che in ogni dove, oggi, c’è sempre una scala mobile pronta a condurti ai suoi comodi, popolosi lidi. I lidi della facile verità, quella accessibile a tutti, sembra.

IPostmoderni

 

Vi è mai capitato di piangere durante una canzone?

Succede, quando aderisce completamente ai tuoi sentimenti, quando aderisce completamente ad ogni circostanza che si stanzia attorno a voi e vi sembra che il mondo intero si unisca in un’unica melodia e che tutti i concetti negativi si dissolvano in un attimo.

Succede che i brividi salgono su per la pelle, per il corpo, cuore , ali, battito, infinito, chiudi gli occhi e vedi realizzarsi il disegno del mondo, l’unico grande disegno che il mondo possa legittimare, l’unico grande disegno che tutti cercano di carpire in altissimi attimi di grandezza: la felicità.

Succede che in un giorno in cui anche l’aria si distende con dolcezza infinita, mitigata dal calore primaverile, forme di vita si adagiano sui balconi emettendo suoni che si confondono col burbero suono della città, oggi stranamente più leggero, più armonioso.

Succede che questo si mischi ad una allegra leggerezza, ad un avvenire che sembra colorato e marchiato di possibilità di conoscenza, mari, acque, cuori e la vita, tutto ciò che ha in serbo per ognuno di noi.

Succede che l’umore si concilia con una voce dolce, succede che ti vien voglia di fare le cose, ogni cosa che pensavi non avresti mai terminato, succede che rinasci tu, che guardandoti nello specchio ti vedi più bello e forte di prima, succede una piccola mutazione, un piccolo ritrovarsi.

Succede ciò che di più bello possa succedere. Mi è appena successo.

C’è un’età, all’incirca sui 12/13 anni ma anche 14 in cui si possono dire cose molto stupide. Ma siamo giustificati, siamo in crescita e in un limbo assurdo tra fanciullezza e vita, comincia a prendere sembianze adulte, cominciano a  susseguirsi esperienze che da sempre abbiamo visto con gli occhi di bambini ansiosi di crescere. Poi ci completiamo e forse non è di questo che volevo parlare.

Questo post non sa dove vuole andare, è partito perché doveva partire con un album dei nirvana posto in riproduzione casuale e riproduzione casule vale anche per le mie idee. Vediamo, non penso che un post, ogni post, ogni idea debba seguire un percorso, o meglio, gli schemi mi stancano parecchio e mi fanno abbandonare la nave ancor prima di salirci. Mi piace l’inizio di ogni cosa, la fase entusiasmante, non mi piace lavorarci sulle cose, e per me lo sforzo mentale è un ostacolo duro da superare in quasi tutto ciò che faccio.

Detto ciò, una cosa che so, per certo, è che sono poco adatto al contesto in cui mi trovo oggi. Non so perché la vedo così ma ogni giorno mi giro intorno alla ricerca di qualcosa che possa calzare a pennello per me, ma non ho idea di cosa possa calzare in questo ibrido di persona che sono io.

Tendo a parlare al personale ogni volta, ho paura che i pochi lettori, casuali o meno, che mi leggano intravedano presunzione in ciò che dico. Così non va.

Si finisce sempre per non dire mai niente. Se ogni volta devo stare a pensare ad avere fonti e cose certe, conclamate per le mani non si affitta mai, non si dice mai ciò che si sente. Più che altro bisogna stare attenti a generalizzare ma quel che noto, che osservo è che, per quanto uno si possa sentire fuori da ogni contesto, da ogni comprensione, empatia possibile, questa è una grossa, immane stronzata. La nostra, o meglio la mia, ma sì anche la nostra va bene, è paura, paura di dire le cose, paura di esporci, di andare fuori dal coro, di essere giudicati. Essere giudicati fa paura ad ognuno di noi. È o forse no un grosso freno alle nostre azioni? Il principale direi. Il freno morale. Cos’è che impedisce ad ognuno di noi di dar vita alle proprie perversioni? A quanti di noi non è mai capitato di fare pensieri poco edificanti, di cui vergognarsi e di cui rimproverarci noi stessi solo per averli concepiti? Tante volte. Per lo meno a me. Attenzione quella è una delle cose più magiche che secoli di storia e evoluzione hanno portato alla nostra società. Un freno morale, costante e invincibile che ci tiene alla lontana dalle cose più “strane”, meno accettate dal comune giudizio. È forse una sorta di tirannide della maggioranza? Beh direi di sì. Non sono cose che dico io, attenzione. Sono nozioni universitarie che ritengo vere, con l’osservazione. E sono consapevole di non esprimermi un granché chiaramente.

Quel che voglio dire è comunque che c’è un livellamento, agisce un livellamento, un’autocensura verso tutto ciò che appare ai nostri occhi moralmente pericoloso per la società. Antidoti alle influenze amorali che albergano in ognuno di noi, in quanto esseri umani.

Siamo esseri umani civilizzati(anche se a giudicare da come i romani parcheggiano le loro vetture non si direbbe) e abbiamo un complesso patrimonio genetico/morale all’interno di noi stessi dalla nascita. Il bagaglio morale culturale della storia. Siamo il risultato di secoli di storia. Il nostro bagaglio è il bagaglio del XXI secolo e della società occidentale. Fossimo nati nel Medioevo avremmo avuto un bagaglio diverso e tante cose oggi amorali, che provocano sdegno e intima vergogna al giorno d’oggi ci sarebbero parse normali. Eppure saremmo stati esseri umani comunque. Oggi siamo cittadini di questo posto, in questa epoca, in questo contesto, con questa cultura. E la parte di noi autoctona che scalcia e si dimena viene per forza di cose sottomessa ai valori contemporanei.

Cose come incesto, il concetto della schiavitù, della prostituzione infantile, della trucida violenza, la legge del taglione, la tortura, il matrimonio di casata sono cose verso le quali ci rivoltiamo con sdegno anzi di più, che non sappiamo concepire. Ci sono state epoche in cui tutto ciò ci sarebbe apparso normale.

Ad ogni modo. Questo è probabilmente qualcosa di estremamente positivo. Voglio dire è l’evoluzione, ciò per cui prima di noi gente altissima ha combattuto, è morta, ha lasciato i suoi beni più cari. Ogni volta che qualcuno è morto per la gloria, l’onore, la dignità, la civiltà ha apposto il suo tassello per costruire un movimento sempre più glorioso e sublime fino alla libertà.

Ma questi sono gli ideali altissimi di cui oggi disponiamo con grande fortuna e con poca gratitudine. Molti della mia generazione ignorano che fino a che siamo stati niente più che bambini il mondo continuava ad essere invischiato in una immane guerra. La guerra fredda.

Non parlo di queste idee. Io parlo invece dell’ipocrisia, dell’indignazione bacchettona, dei limiti morali entro cui ci si trova oggi. Io parlo della goffa abitudine di comportarci tutti all’interno di certe categorie di comportamenti. Io penso alle regole di comunicazione. Io penso ai formalismi. Io penso alla sincerità. Penso a quello che non si dice perché oggi dire qualsiasi cosa è indice di cattivo gusto. Penso all’odio per il politically correct. C’è qualcosa che mostri con più evidenza di quanto non lo faccia la pratica del politically correct gli effetti della tirannide della maggioranza?

Non si può parlare di razze, di religione, di sesso, di politica. Non se ne può quasi mai parlare per quanto abbiamo confinato questi argomenti in cave profondissime chiamate tabù.  Anni di storia ci hanno insegnato che forse è meglio non parlare proprio di certi argomenti. Non è forse una sconfitta? E capisco che la società abbia difficoltà ad affrontare tutto ciò nei giornali e nelle voci del sistema odierno. Ma perché noi dobbiamo fare lo stesso? Perché noi non possiamo parlare presumendo, per una volta, che non si parta da nessun pregiudizio? Quel che voglio dire è che all’altare dell’equilibrio sociale è stata sacrificata l’autonomia intellettuale più assoluta. Uscire fuori da certi campi morali oggi è qualcosa di estremamente complesso, richiede uno sforzo mentale molto grande. Andare contro tutto ciò che ci circonda, osservarlo da un altro punto di vista. Penso che questo mondo sia accessibile a veramente poche persone, i cosiddetti “intellettuali”. Siamo davvero liberi di pensare tutto ciò che è pensabile? Personalmente, sono convinto di no.

Un tempo, agli inizi del XIX secolo un gigante della storia, Tocqueville, scrisse che uno dei suoi maggiori timori riguardanti la democrazia fosse proprio questo. Nei tempi in cui la società era troncata in aristocrazia, borghesia e terzo stato i studiosi erano aristocratici e, in quanto privilegiati, dedicavano la loro vita allo studio. Il fermento e l’ambito del loro pensiero/studio esulava da limiti morali, li aggrediva, li discuteva. L’aristocrazia era altra cosa rispetto al popolo che non deteneva alcun potere. Nell’osservare la nascita del sistema democratico americano Tocqueville osservò che uno dei maggiori timori per la futura società democratica era che la tirannia della maggioranza avrebbe messo fuori discussione, destituito tutti quegli argomenti che non avrebbero trovato il favore della maggioranza, ormai detentrice del potere.

Ad oggi mi pare che questo sia avvenuto. Ciò di cui la società non parla, ciò che la società non accetta , tutto ciò non viene nemmeno messo in discussione. Delle volte crediamo in cose che, a pensarci bene, non si conoscono nemmeno. L’onestà, l’onore, la dignità, la fedeltà, i precetti morali. È tutto già scritto, è tutto posto al di fuori di ogni conversazione, discussione? Le razze, Dio, la religione, il sesso.È  tutto stabilito,già pronto per essere accettato?

Non penso che questo sia il dovere di ogni individuo. Penso che ognuno debba, come personale percorso di arricchimento interiore, domandarsi su tutto ciò che ci circonda e guida i nostri comportamenti. E capire se ogni cosa che facciamo, pensiamo, deriva veramente da ciò che è la nostra volontà o se lo si fa,pensa perché è così che la società ci insegna, ci impone dolcemente.

Chissà. Possiamo parlarne, ammesso che il mio pensiero sia sufficientemente chiaro.

A presto,

IPostmoderni

ps: cfr http://ipostmoderni.wordpress.com/2011/03/24/its-your-agenda-not-mine/

 

 

 

il brusio è ormai lontano, discorsi e gelosie, e battute di scherno, ammiccamenti e ansie.

 

il ritmo frenetico, l’insostenibile onere d’agire, le sfide, le corse, la corsa.

 

un libro, una riflessione, la natura, nuda, nuda natura.

 

un paesaggio assorto, caldo, immenso, monocromatico.

 

una via, candida, che finalmente, sembra infinita.

 

grazie a te.

 

IPostmoderni.

Da diritto privato non si scappa…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

per fortuna c’è una “faccetta” per caffè ad alleviare il peso del lavoro :)

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